Hai scelto di rifiutare i cookie

La pubblicità personalizzata è un modo per supportare il lavoro della nostra redazione, che si impegna a fornirti ogni giorno informazioni di qualità. Accettando i cookie, ci aiuterai a fornire una informazione aggiornata ed autorevole.

In ogni momento puoi modificare le tue scelte tramite il link "preferenze cookie" in fondo alla pagina.
ACCETTA COOKIE oppure ABBONATI a partire da 1€

Centenario rivela la fine del prozio disperso in Russia: «L'ordine fu di abbandonarlo»

Mercoledì 29 Giugno 2022 di Giovanni Santin
I pronipoti del disperso in Russia con l'ex commilitone centenario Enrico Chiapponi
1

PONTE NELLE ALPI - È questa una storia che dopo quasi ottant’anni rimette tutti i tasselli al loro posto. Anzi: da una parte consola chi per anni si è tormentato per non aver potuto salvare un amico e se n’è portato dentro il rimorso, dall’altra porta serenità anche ad una famiglia bellunese che non aveva più saputo niente di un proprio caro.
Una storia nata in Russia, custodita a Parma sino ad oggi e che un mese e mezzo fa è arrivata a Ponte nelle Alpi. Protagonisti sono Enrico Chiapponi, reduce della campagna di Russia della seconda guerra mondiale, e Antonio Bianchet, di Limana, che dalla Russia non ha mai più fatto ritorno. E con loro anche Mirco ed Orazio Broi, pronipoti di Antonio, che appunto poco più di un mese fa hanno avuto per la prima volta notizie sulla fine del loro prozio di cui tanto avevano sentito parlare in famiglia. 
Nella battaglia di Nikolaevka del 26 gennaio del 1943, i due amici Enrico Chiapponi e Antonio Bianchet rimasero feriti: il parmense ad un braccio, il 25enne di Limana arruolato nell’VIII Reggimento Alpini battaglione Gemona, ad una gamba. Per la notte si rifugiarono in una isba, tipica abitazione rurale russa. Il gruppo di cinque soldati italiani decise che l’indomani avrebbero trasportato Antonio su una cavalla. L’animale fu però rubato durante quella notte e l’ufficiale che era fra di loro disse: «Dobbiamo lasciare qui Bianchet».
«Domenica, quando sono stato a Parma – riferisce Mirco che vive a Col di Cugnan - Enrico mi ha raccontato che alla mattina dissero a mio prozio che sarebbero tornati a prenderlo con una barella, ma che lui, forse intuendo la verità, non disse una parola, rimase in silenzio». Quelle parole erano una bugia e il ricordo di non aver salvato l’amico ha tormentato Enrico per tutta la vita, pur essendo egli consapevole che non era possibile spostare Antonio gravemente ferito
E in questi ottant’anni ogni volta che ha raccontato la propria esperienza di guerra, Enrico è tornato a commuoversi ricordando l’amico bellunese. La storia di Enrico e Antonio non è andata dispersa perché in questi anni Olga Davini, una ricercatrice di Parma, ha con insistenza cercato di ricostruire i contorni della vicenda e di risalire ai parenti e agli eredi di Antonio. E venuta a sapere che una sorella di quest’ultimo si era sposata con un Broi, ha contattato via facebook Mirco, chiedendogli se conoscesse una tal Giselda Bianchet, sorella del soldato mai più tornato dalla Russia. «Giselda era mia nonna» dice Mirco. 
A quel punto a Mirco è stata raccontata la vicenda consumatasi a Nikolaevka e lui l’ha a sua volta riferita ai parenti. Solo in un secondo momento è nato il viaggio di un piccolo gruppo di tre persone – Mirco con la propria compagna ed il cugino Orazio – verso Parma, dove domenica 26 giugno c’è stato l’incontro con Enrico. 
Ad organizzare la festa per i propri 100 anni di vita era stato lo stesso Enrico. A cui è stata raccontata una piccola bugia chiedendogli di riservare tre posti per tre giornalisti che lo avrebbero intervistato e raccontato la sua vicenda di reduce dalla Russia ed il bel traguardo raggiunto. I tre giornalisti, invece, erano invece i tre bellunesi che dopo una prima parte del pranzo trascorsa in incognito, si sono fatti riconoscere. 
«È stata Olga Davini a svelargli chi fossimo: Enrico è rimasto stranito, poi si è commosso e ci ha raccontato diverse storie, naturalmente anche dell’amicizia con il mio prozio. Io sono andato per dargli un sollievo. Averlo incontrato forse lo ha rasserenato un po’, ma sente comunque di aver tradito quell’amicizia. Qualcuno ha detto che io sono andato a Parma per portargli il perdono mio e della famiglia. Ma non c’era niente da perdonare, ma solo fargli capire e ringraziarlo perché lui, con il suo ricordarlo, in questi anni ha fatto rivivere nostro zio». 
 

Ultimo aggiornamento: 30 Giugno, 11:43 © RIPRODUZIONE RISERVATA

PIEMME

CONCESSIONARIA DI PUBBLICITÁ

www.piemmeonline.it
Per la pubblicità su questo sito, contattaci