11 settembre, il libro da rileggere: “L'uomo che cade” di Don DeLillo

Sabato 11 Settembre 2021 di Francesco Musolino
11 settembre, il libro da rileggere: “L'uomo che cade” di Don DeLillo

The Falling Man, è il titolo di una tristemente celebre fotografia scattata da Richard Drew, l’immagine di un uomo che, nel disperato tentativo di salvarsi dalle fiamme, l'11 settembre si lancia dalla Torre Nord del World Trade Center, cadendo nel vuoto, a testa sotto. Uno scatto che coglie la disperazione di fronte all’ineluttabilità del destino.

L’uomo che cade è il titolo del romanzo dello scrittore americano Don DeLillo (scritto nel 2007, pubblicato da Einaudi e tradotto da Matteo Colombo), in cui i fatti vengono narrati con un duplice punto di vista: da una parte, Keith Neudeker, un sopravvissuto e dall’altra, Hammad, uno dei terroristi che sta pianificando l’attacco. «Udì il suono del secondo crollo, o lo avvertì nel tremore dell’aria, la torre nord che cadeva, uno sconcerto sommesso di voci in lontananza».

Assorbire quello shock ha richiesto anni, ci siamo rivolti ai cantautori e ai cineasti per elaborare la tragedia e oggi, rileggere DeLillo (l’autore di Cosmopolis e Underworld) è un’esperienza ancora più forte perché nessuno come lui ha saputo cogliere il crollo delle certezze, la fine dell’invincibilità americana. Nessuno come DeLillo è riuscito a rielaborare quel trama generazionale, tramutandolo in pura arte.

«I morti erano ovunque, nell’aria, tra le macerie, sui tetti vicini, nei venti che soffiavano dal fiume. Si posavano con la cenere sulle finestre lungo ogni strada, sui suoi capelli e sui vestiti». Miracolosamente, scendendo di corsa dalle scale, Keith è sopravvissuto allo schianto. Nelle pagine che seguono lo seguiamo aggirarsi spaesato, con il viso insanguinato per le vie di New York. Intorno a lui rimbombano le sirene, riecheggiano le urla, il WTC è avvolto nel fumo. Nessuno può credere che sia davvero successo.

DeLillo sceglie di raccontare la storia nelle due direzioni temporali, convergendo verso il punto di impatto, perché «il futuro era questo, il futuro c’è appena stato». Keith si allontana a piedi dalle macerie, invece Hammad ci riporta indietro al tempo in cui pianificava l’attentato con scrupolo con i suoi diciotto compagni, falsificando identità e addestrandosi, mescolandosi a quegli infedeli cui volevano infliggere dolore. Passano gli anni, si sommano gli anniversari e poche settimane fa, mentre il cargo americano lasciava – stracarico di civili in fuga – l’aeroporto di Kabul, le telecamere hanno colto il fotogramma di alcuni uomini appesi ai carrelli. Sono solo puntini e precipitano nel vuoto. E noi non possiamo fare niente mentre la storia tristemente si ripete. 

Ultimo aggiornamento: 00:29 © RIPRODUZIONE RISERVATA