Dietro il rifiuto di far parlare i militari in un liceo c'è un'idea sbagliata della libertà e della scuola

Venerdì 1 Novembre 2019
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Caro direttore
niente miliari al liceo Marco Polo di Venezia per celebrare il 4 novembre, la Festa delle Forze Armate e dell'Unità nazionale? I professori e le sigle sindacali che si sono esposti tanto platealmente farebbero bene a ricordare il vero valore delle Forze Armate in tempo di pace. Qualche esempio concreto per una riflessione serena: i docenti si trovano a bordo del canotto che viene trascinato al largo dal cambio meteo repentino? Sono ostaggio di terroristi? Serve urgentemente il trapianto di organo ad un collega? Un aereo non risponde ai comandi per un guasto o dirottamento e rischia di cadere sul liceo? Ecco chi interviene: Capitaneria di Porto (Marina Militare); Gis dei Carabinieri; Aeronautica Militare. Le Forze Armate sono composte da uomini e donne che operano per il bene e la sicurezza del Paese e a volte pagano anche con la vita la loro dedizione al lavoro e fedeltà alla Patria. Riceverli, ascoltarli e ricordarli è il minimo.

Francesco Bergamo

Caro lettore,
ci sono due aspetti deve far riflettere la vicenda che ha visto salire agli onori delle cronache il Liceo Marco Polo di Venezia per aver rifiutato la presenza di militari a scuola in occasione del 4 novembre. Il primo riguarda l'idea di libertà e di formazione del cittadino che è all'origine di questo rifiuto. La scuola dovrebbe essere una palestra in cui si insegna innanzitutto a pensare e a scegliere. E a farlo con la propria testa. L'idea di erigere barriere, di imporre a tutti una visione del mondo, di vietare, come in questo caso, la presenza stessa di rappresentanti di istituzioni previste dalla nostra Costituzione, va nella direzione esattamente opposta. È la spia di una cultura che vuole imporre un pensiero unico, che censura a priori il confronto con chi è portatore di esperienze o di idee diverse dalle proprie. È una deriva illiberale a cui, per prime, le istituzioni scolastiche dovrebbero opporsi. 

La seconda riflessione riguarda l'idea stessa di pacifismo. Che se vuole essere davvero tale non può nutrirsi solo di astratti principi, ma va calato nella realtà. Essere pacifisti significa innanzitutto lavorare per la pace e la democrazia. E farlo con la forza delle idee e del pensiero. Senza mai flettere dai propri principi e senza farsi tentare dalle scorciatoie. Ma quando è necessario, quando non esistono alternative, quando la politica e l'umana intelligenza falliscono, anche la forza militare deve essere un'opzione da considerare e mettere in campo. Ce lo insegna la storia. Non dobbiamo giustificare la presenza delle Forze armate ricordando agli scettici che i militari sono utili anche in tempi di pace. Dobbiamo sapere che per difendere quello che siamo e che abbiamo costruito possono essere necessarie anche le armi. Quelle stesse armi che ieri ci hanno consentito ieri di sconfiggere il nazismo e di liberare l'Italia. E oggi di difenderci dai carnefici dell'Isis.

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