Long Covid, disturbi cognitivi e di memoria a oltre 7 mesi dall'infezione: «Pazienti non in grado di prendersi cura di se stessi»

Lo studio, che descrive i tipi di problemi cognitivi sperimentati dai pazienti che erano stati trattati presso il sistema del Mount Sinai a New York, si aggiunge alla crescente evidenza che il Long Covid possa provocare una serie molto numerosa di disturbi settimane e mesi dopo il recupero dall'iniziale malattia

Sabato 23 Ottobre 2021 di Simone Pierini
Long Covid, disturbi cognitivi e di memoria a oltre 7 mesi dall'infezione: «Pazienti non in grado di prendersi cura di se stessi»

Tra gli effetti del Long Covid, i postumi della malattia, ci sarebbe anche la perdita di memoria. Secondo una nuova ricerca, molte persone che si sono riprese dall'infezione stanno affrontando un deterioramento cognitivo a più di sette mesi di distanza. Lo studio, che descrive i tipi di problemi cognitivi sperimentati dai pazienti che erano stati trattati presso il sistema del Mount Sinai a New York, si aggiunge alla crescente evidenza che il Long Covid possa provocare una serie molto numerosa di disturbi settimane e mesi dopo il recupero dall'iniziale malattia. 

 

 

Long Covid, lo studio sulla perdita di memoria

Il 24% delle persone che si sono riprese dal Covid-19 continua a sperimentare una sorta di difficoltà cognitiva, inclusi problemi di memoria, multitasking, velocità di elaborazione e concentrazione. Lo studio è stato pubblicato venerdì su Jama Network dai ricercatori della Icahn School of Medicine del Mount Sinai. «Stiamo assistendo a un deterioramento cognitivo a lungo termine in una vasta gamma di gruppi di età e gravità della malattia», ha affermato l'autrice dello studio Jacqueline Becker, neuropsicologa clinica e scienziata associata presso la Icahn School of Medicine del Mount Sinai.

 

 

Per la ricerca sono stati somministrati test a 740 pazienti che sono stati controllati tra aprile 2020 e maggio 2021, avevano 18 anni o più, parlavano inglese o spagnolo, erano risultati positivi al virus SARS-CoV-2 e non avevano una storia pregressa di demenza. I risultati hanno mostrato un tasso relativamente alto di deterioramento cognitivo ad oltre 7 mesi di distanza dal giorno in cui avevano contratto la malattia. Il deficit cognitivo più comune - che colpisce quasi 1 paziente su 4 - era riferito ha un problema con la memorizzazione di nuovi ricordi, seguito da problemi con il richiamo della memoria. A queso si aggiunge difficoltà nella velocità di elaborazione e nel funzionamento esecutivo, che include la capacità di avviare, pianificare, organizzare e formulare giudizi. 

 

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Altri ospedali stanno vedendo complicazioni simili. Al Northwestern Medical Center, secondo quanto riferito alla NBC News il neurologo Igor Koralnik, capo della divisione di malattie neuro-infettive e neurologia globale, alcuni pazienti Covid sono finiti con deficit cognitivi così gravi che non erano in grado di prendersi cura di se stessi dopo essere stati dimessi. «Questo studio conferma ciò che abbiamo visto anche alla Northwestern, che i problemi cognitivi sono persistenti sia nei pazienti che erano stati precedentemente ricoverati in ospedale sia nei pazienti che avevano solo lievi sintomi respiratori», ha detto Koralnik.

 

 

Long Covid accelerare il processo di invecchiamento

Il Covid come l'Hiv accelera il processo di invecchiamento. È quanto emerso dal Congresso Icar, Italian Conference on Aids and Antiviral Research, in corso a Riccione fino a domani. «L'Hiv è un modello raffinato di accentuazione e accelerazione del fenomeno dell'invecchiamento. Nell'ultimo anno, tra gli effetti della pandemia - sottolinea Giovanni Guaraldi, medico infettivologo dell'Azienda Ospedaliero-Universitaria di Modena - abbiamo osservato anche il Post Acute Covid Syndrome (Pacs), spesso definito semplicemente Long Covid, anch'esso un fenomeno di invecchiamento della persona, come si evince dal riscontro empirico in molti pazienti che dopo il Covid si sentono cambiati. Hiv e Pacs - sottolinea Guaraldi - sono uniti da questo meccanismo biologico di accelerazione del fenomeno dell'invecchiamento con progressione della fragilità». «Proprio sul tema dell'invecchiamento - spiega però l'infettivologo - si è delineata da alcuni anni una nuova scienza, la geroscience, secondo cui l'invecchiamento è una malattia su cui si dovrebbe intervenire con diagnosi precoci per favorire interventi mirati attraverso farmaci senolitici, che possono uccidere le cellule che invecchiano, e senomorfici, che possono modificare l'invecchiamento cellulare. Essendo HIV e Covid due malattie da invecchiamento, è interessante capire l'approccio della geroscience su queste patologie. Tuttavia, Hiv può essere considerato già un modello in cui la geroscience è applicata, visto che la terapia antiretrovirale svolge di fatto una funzione senomorfica».

 

 

Ultimo aggiornamento: 24 Ottobre, 11:24 © RIPRODUZIONE RISERVATA