Sharon Barni, bimba di 18 mesi, uccisa di botte dal compagno della madre: l'uomo è stato condannato all'ergastolo

Como, il compagno della madre aveva anche abusato della bambina

Lunedì 6 Dicembre 2021
Sharon Barni, bimba di 18 mesi, uccisa di botte dal compagno della madre: l'uomo è stato condannato all'ergastolo
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Un incidente domestico: aveva provato in ogni modo Gabriel Robert Marincat, a giustificare la morte di quella bimba di soli 18 mesi che gli era stata affidata per qualche ora. «È rimasta schiacciata sotto la stufa», ha cercato una via di fuga l’operaio di origine romena, ventisei anni, compagno della madre della piccola. Ma l’orrore è emerso dopo poche ore. Nessuno gli ha creduto e, ieri, la Corte d’Assise di Como ha emesso l’unico verdetto possibile per chi è stato giudicato colpevole di omicidio volontario pluriaggravato dalle sevizie, dalla violenza, dalle botte: fine pena mai. 


LA CAMERA DI CONSIGLIO
È durata un’ora la Camera di consiglio per la decisione. I giudici non hanno fatto sconti a Marincat e l’ergastolo è sembrata la pena più giusta per quell’uomo che ha ucciso la piccola Sharon Barni, figlia della convivente, con botte e sevizie ripetute. Il delitto è avvenuto in un appartamento di Cabiate, nella Brianza comasca. L’imputato ha cercato di coprire quello che era successo parlando di un incidente domestico, prima che gli accertamenti medico legali svelassero l’agghiacciante verità delle botte e della violenza sessuale.


Ieri in aula, alla lettura della sentenza Marincat era presente. È rimasto impassibile. A pochi metri, in lacrime, Silvia, la mamma della bimba, con a fianco i genitori che non la hanno mai lasciata sola. «Giustizia è fatta, anche se questa sentenza non ci riporterà Sharon - ha dichiarato la legale di parte civile, Elisabetta Fontana, parlando a nome dei parenti della bimba -. La conclusione del processo è quella che speravamo. Perdonare? È una questione molto personale, non posso dirlo io a nome di altri. Dico solo che forse è ancora troppo presto per parlare di perdono».


Tecnicamente il processo si è giocato sulla capacità di intendere e di volere dell’imputato. L’avvocato Stefano Plenzick, che lo ha assistito, oltre a ricostruire in aula l’infanzia difficile di Marincat, vittima di violenze paterne, aveva chiesto una perizia psichiatrica per valutare la consapevolezza dell’imputato. Ma la Corte ha respinto la richiesta. Per questo motivo il legale ha parlato di «pena esemplare», in assenza di un movente o una spiegazione dall’imputato: «Non può esserci un caso simile senza una valutazione della mente», ha affermato.


La questione tornerà ad essere nodale nel processo di appello, la cui richiesta verrà certamente presentata dal legale del romeno. La condanna all’ergastolo ricalca le conclusioni del pubblico ministero Antonia Pavan, per la quale invece non vi sono dubbi sulla volontarietà dell’omicidio e sulla sussistenza delle aggravanti. A partire dai futili motivi, visto che Marincat non ha saputo giustificare il suo gesto, poi la minorata difesa, l’abuso della relazione domestica, la violenza sessuale. Né, secondo il pm, l’imputato aveva diritto ad attenuanti, a causa del comportamento tenuto quel pomeriggio, quando non ha chiamato quei soccorsi che - è emerso durante il dibattimento - avrebbero potuto salvare la bambina. Marincat, interrogato in aula, aveva ammesso ogni responsabilità senza però fornire spiegazioni. «Ero nervoso - ha dichiarato -. Non so perché l’ho uccisa».


SOCCORSI IN RITARDO 
Il raptus è scattato all’ora di pranzo dell’11 gennaio, quando l’operaio è rimasto in casa da solo con la bimba, perché la mamma era al lavoro. Pare che Sharon avesse fatto dei capricci per il cibo. Marincat allora l’aveva afferrata una prima volta, facendola piangere. Da lì, è iniziato il precipizio che ha condotto alla tragedia. «Sharon mi piaceva, mi chiamava papà e le volevo bene - ha raccontato l’imputato davanti ai giudici - Ero felice, avevo una compagna, un lavoro, non so cosa mi sia capitato». L’allarme era scattato nel pomeriggio quando la mamma, telefonando a casa, si era sentita dire dal compagno che la bimba dormiva, dopo essersi tirata in testa una stufetta, accidentalmente. Solo a quel punto sono stati chiamati i soccorsi, gli stessi che, qualche ora prima, avrebbero potuto salvare la vita a Sharon. 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

è stato condannato all'ergastolo. La sentenza della Corte d'Assise di Como ha punito con il carcere a vita il romeno di 26 anni accusato dell'omicidio della piccola Sharon Barni, di soli 18 mesi, figlia della compagna, uccisa a botte e seviziata l'11 gennaio scorso a Cabiate (Como), nell'appartamento della donna. La corte ha condannato l'imputato a risarcire il danno, fissando una provvisionale di 200 mila euro a favore della mamma della bambina e di 50 mila euro al padre. La pm Antonia Pavan nella sua requisitoria aveva chiesto l'ergastolo.

 

«Non è il tempo del perdono. È il tempo di provare a ripartire anche se non sarà facile» ha detto l'avvocato della mamma dopo la sentenza. La difesa, da parte sua, contesta la decisione della Corte di rigettare la richiesta di perizia psichiatrica sull'imputato, motivo per cui è scontato il ricorso in appello. Marincat aveva inizialmente attribuito le lesioni della bambina a un evento accidentale, ma gli accertamenti medici avevano invece rilevato le percosse e le sevizie.

 

La confessione

«Sì, ho abusato di lei, poi l'ho picchiata fino a ucciderla» aveva ammesso Gabriel Robert Marincat dopo l'arresto. Il giovane era stato arrestato per morte come conseguenza di maltrattamenti in famiglia, contestazione modificata nei giorni scorsi, all'esito dell'autopsia, in omicidio volontario aggravato dalla violenza sessuale ai danni di una bambina.

 

 

La ricostruzione dell'omicidio

Una confessione dettagliata quella fatta da Marincat di quell'11 gennaio che fa venire i brividi. La mamma di Sharon era andata al lavoro e aveva lasciato la piccola a casa, affidandola al compagno Gabriel. Non sospettava nulla e per ore non ha saputo che la piccola si era ferita in modo grave, perché l'ex fidanzato non ha dato l'allarme e non ha chiamato i soccorsi. Quel giorno Marincat ha detto che Sharon aveva tirato il filo di una stufetta elettrica che si trovava su una scarpiera e se l'era tirata in testa. Ha raccontato che si era fatta male così, in un semplice incidente, che aveva iniziato a piangere, ma poi si era calmata, aveva giocato un pò e si era addormentata.

 

 

Ci sono volute ore, alle 19 circa, per far si che il 25enne si decidesse a chiamare i soccorsi. La corsa frenetica in ospedale, al Papa Giovanni XXIII di Bergamo, con l'elisoccorso non è però servita, il suo cuore si è fermato prima dell'arrivo. Da subito la versione di Marincat ha lasciato forti dubbi ai carabinieri di Mariano Comense e della compagnia di Cantù, che hanno eseguito le indagini. E ai primi riscontri dell'autopsia, il 24 gennaio, l'uomo è stato arrestato con l'accusa di morte in conseguenza di maltrattamenti in famiglia. Accusa già gravissima, che raccontava di botte ripetute nel tempo, ma che è diventata ancora più pesante all'esito definitivo dell'autopsia.

 

 

Ultimo aggiornamento: 7 Dicembre, 08:36 © RIPRODUZIONE RISERVATA