Caso Yara, Bossetti: «Non possono togliermi i miei figli»

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Caso Yara, Bossetti: «Non toglietemi i figli»

di Claudia Guasco

dal nostro inviato BERGAMO

La parola ergastolo gli è rimbalzata in testa tutta la notte. Ai giurati Massimo Bossetti aveva detto: «Accetterò la sentenza, qualunque essa sia». Ma il fine pena mai, dietro le sbarre del carcere di via Gleno, «è una mazzata insopportabile». Il giorno dopo la condanna per l'omicidio di Yara Gambirasio, uccisa con sevizie e crudeltà, il muratore di Mapello incontra la moglie Marita, il fratello Fabio e l'avvocato Claudio Salvagni. Indossa gli stessi abiti che aveva in aula, maglietta azzurra e jeans, ha gli occhi gonfi e il volto stanco. Non ha dormito e ha pianto, sorvegliato a vista dagli agenti penitenziari. Un pensiero, sempre più insistente, l'ha divorato e la prima domanda che rivolge al suo legale è: «Mi hanno tolto la potestà genitoriale. Cosa significa? Che non vedrò più i miei figli?».

«MI STANNO UCCIDENDO» Solo il pensiero lo getta nella disperazione. La sua difesa, fin dal principio, è stata improntata sull'immagine del buon padre di famiglia: Bossetti che si spacca la schiena in cantiere per mantenere i tre bambini, che lavora dalle sei del mattino al tramonto, che li segue nei compiti e non rientra mai senza un pacchetto di figurine. Il sabato in carcere è giorno di colloqui e alle otto del mattino Marita si è presentata con il fratello ma senza figli. Bossetti si è spaventato è ha incalzato il suo avvocato. «Cosa succede adesso, me li toglieranno?». E' una pena accessoria che scatterà solo qualora la condanna dovesse diventare definitiva in Cassazione, gli è stato spiegato. Ma il carpentiere non si rassegna e continua a sostenere di non essere lui l'assassino della piccola Yara. «Se io sono innocente come possono condannarmi?», dice. Il verdetto è stato «una mazzata», tuttavia «devo andare avanti per i miei figli e quando avrò superato questo momento di disperazione continuerò a lottare». E ripete, per l'ennesima volta, di essere un uomo buono: «In vita mia non ho mai fatto male a nessuno, ho un'esistenza normale». Il dna isolato sui legging e sugli slip di Yara, secondo i giudici della Corte d'Assise, raccontano un'altra storia: è lui che, la sera del 26 novembre 2010, ha caricato la ginnasta sul suo furgone - ripreso sette volte dalle telecamere mentre andava su e giù per le vie attorno al centro sportivo - l'ha tramortita con tre colpi in testa, ferita con un taglierino e lasciata morire di freddo nel campo di Chignolo. Poi è tornato a casa e ha cenato con la moglie e i figli come niente fosse: una serata uguale a tutte le altre, «tant'è che non mi ricordo cosa ho fatto», è stata la sua autodifesa. Ora si dispera: «Mi stanno uccidendo dentro. Mi hanno portato via tutto: la vita, i figli. E' una tortura».

«C'E' ANCORA L'APPELLO» Nella casa gialla di Mapello, Marita cerca di tenere insieme i pezzi di una famiglia distrutta. I tre chihuahua - quelli immortalati nella famosa foto con Bossetti seduto sul divano rosso del salotto - ringhiano e abbaiano furiosamente, la suocera chiude la porta a doppia mandata. Poco lontano c'è la casa di Laura Letizia, la sorella del muratore. Sono le 13 passate da poco, lei risponde al citofono ma non scende: «Scusate, sono in pigiama. Sì, un po' ce l'aspettavamo che finisse così. Ma andiamo avanti, siamo sempre convinti che lui sia innocente e comunque non è finita, ci sarà l'appello».

 
Ha parlato al telefono con la madre, Ester Arzuffi, scossa ma non impreparata: «Una condanna l'avevamo messa in conto», dice. A Brembate, nella villetta di via Rampinelli, la mamma e il papà di Yara provano a riannodare i fili della loro vita con incombenze comuni che danno un senso di normalità. Alle nove di mattina Fulvio Gambirasio taglia l'erba del prato, poi esce in auto con la bicicletta caricata nel bagagliaio. «I genitori di Yara non hanno mai avuto dubbi sulla colpevolezza di Massimo Bossetti da quando è stato arrestato», dicono i legali Enrico Pelillo e Andrea Pezzotta. Per loro la sentenza è stata un macigno tolto dalle spalle: «Ora sappiamo chi è stato, anche se Yara non ce la riporterà indietro nessuno».
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Domenica 3 Luglio 2016, 10:51






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5 di 8 commenti presenti
2016-07-04 17:13:45
Mi associo alla protesta del lettore simondsen: basta con l'andazzo dei media di dare voce solo agli accusati o ai loro familiari o ai loro Avvocati! I lettori sempliciotti poi si fanno il convincimento che è tutto sbagliato, che i Giudici sono degli incapaci ecc. ecc.
2016-07-04 14:18:43
questo sperava in 30 anni poi ridotti a 20 in appello poi ridotti a 10 per buona condotta, poi.... insomma tra un paio di anni era fuori. e per i soldi niente ha e niente dava.
2016-07-04 11:51:11
mi stanno uccidendo.....da quanto mi risulta non l'hanno ucciso, né lo uccideranno. Può dire la stessa cosa di Yara?
2016-07-04 10:32:59
Se è in carcere sarà comunque la madre a pensare i figli, questo lo vedo come l'ultimo dei problemi.
2016-07-04 01:34:07
In questo processo ci sono davvero delle ipocrisie o non so (non mi viene) come altro chiamarle. Detta un po' semplicemente: lo condannano perche' il DNA era suo. Pero' gli tolgono i figli perche' assassino e non piu' padre sebbene il DNA lo dimostrerebbe abbondantemente che sono figli suoi..! E cosi' il DNA vale per condannarlo e non vale per riconoscergli i figli. Suppongo che il motivo sta nel fatto che se sta in carcere non e' tanto di buon esempio e non puo' certo mantenerli (dovrebbe essere aiutato dallo stato no?): doveva nascere zingaro, allora si che rimaneva padre dei suoi figli e senza tanti DNA che lo dimostrassero. Strana sta legge (ma chi l'avra' fatta cosi' tanto strana da non essere capita fino in fondo..?). Io non la comprendo del tutto. Voi..?