Yara, Bossetti: vi supplico ripetete esame del dna

Venerdì 1 Luglio 2016
dal nostro inviato Claudia Guasco
BERGAMO - La voce a tratti è tremante. "Scusate, ho messo per iscritto i miei pensieri per non perdere il filo. Ho tante cose da dire". Per quarantaquattro udienze Massimo Bossetti è rimasto in silenzio. Oggi, prima che i giudici entrino in camera di consiglio per emettere il verdetto, il muratore di Mapello racconta la sua verità. "Non sono un assassino e voglio dimostrarlo: fatemi di nuovo l'eame del dna", chiede ai giudici. La moglie Marita lo ascolta seduta qualche banco più indietro, la sorella Letizia piange. Lui stringe il foglio tra le mani e si fa forza: "Finalmente è arrivato il momento, non vedevo l'ora".

"VOGLIO USCIRNE A TESTA ALTA"
Maglietta azzurra, volto teso, Bossetti parla per quaranta minuti. Sui di lui pende l'accusa di omicidio volontario della piccola Yara Gambirasio, uccisa secondo la Procura con l'aggravante della crudeltà che se riconosciuta significa ergastolo."Ho aspettato tanto e con ansia. Non solo per la sentenza, ma soprattutto per guardarvi dritto negli occhi e farvi capire chi è Massimo Bosetti", esordisce. E dipinge il suo autoritratto: "Una persona decisa, determinata, sempre a testa alta, pronto ad aiutare il prossimo". Racconta dell'adozione a distanza di un ragazzino in Messico, "per me e Marita è un piccolo aiuto, per quella famiglia è molto". Eppure "sono stato umiliato, denigrato, ferito mortalmente, istigato a confessare una cosa che non ho mai commesso". Signori, dice rivolgendosi alla Corte, "sarò uno stupido, un ignorantone, un cretino, ma non sono un assassino". La morte di Yara "meritava tutto l'impegno possibile, ma le indagini si sono mosse in una sola direzione e verso la persona sbagliata". E di fronte a ciò, spiega, "non posso far finta di niente: ho subito pressioni, in questi due anni terribili di detenzione, soprattutto per la privazione dell'amore di mia moglie, dei mei figli e della mia famiglia". Una scorciatoia c'era, fa notare, ma non sarebbe stata la strada verso la verità. "Nonostante le insistenze del pm per patteggiare e confessare un'accusa così infamante non ho ceduto, perché voglio e intendo uscire a testa alta da questo gravissimo impianto accusatorio". 

"SONO NELLE VOSTRE MANI"
Il muratore di Mapello fa pause ad effetto, sa come catturare l'attenzione. "Non chiederò sconti di pena, perché quando una persona è pulita e sincera può guardare gli altri negli occhi". Ed è quello che vuol fare con iil papà e la mamma della piccola ginnasta. "Ho fiducia nella giustizia e quando tutto sarà finito potrò godermi la mia vita e guardare negli occhi i genitori della povera Yara, anche loro vittime. Vorrei incontrarli, capirebbero che l'assassino o gli assassini sono ancora in libertà". Per il carpentiere gli indizi nei suoi confronti "sono pettegolezzi", il suo codice genetico isolato sui legging della ragazzina un gigantesco abbaglio. "Parliamo del dna, considerato la prova regina. Quel benedetto dna mi sta uscendo dalla testa.  Da quando sono stato arrestato ho sempre detto è impossibile che sia mio perché non ho mai conosciuto Yara. Se fossi l'assasino sarei un pazzo a dirvi di ripetere l'esame. Invece vi supplico di fare questa verifica, datemi la possibilità, il risultato mi darebbe ragione". E quei vuoti di memoria sulla sera del 26 novembre 2010, quando la ragazzina è scomparsa nel nulla? "Ho fatto mente locale, impossibile ricordare dopo tanto tempo. Comunque ho cenato a casa come sempre, per me era un giorno normale". L'appello finale è per la clemenza della Corte.  "Signori, restando nelle vostre mani accetterò il verdetto qualunque esso sia. Ringrazio tutti di cuore e ricordatevi: se mi condannerete sarà il più grave errore giudiziario di questo secolo". La sua vita, afferma, "è già rovinata da due anni di ingiusta detezione". Ma spera che la verità vinca.  "Mi rendo conto che è molto difficile assolvere Bossetti, ma è molto più difficile condannare un innocente".

  Ultimo aggiornamento: 11:13 © RIPRODUZIONE RISERVATA