Usa, la rinascita dopo le pallottole: le centouno storie di chi è sopravvissuto a una sparatoria

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La rinascita dopo le pallottole: le centouno storie di chi è sopravvissuto a una sparatoria

di Federica Macagnone

Si chiamano Sara, Megan, Cori. Centouno nomi dietro i quali si celano centouno storie di vita, unite da un filo conduttore: un giorno fatidico che ha cambiato per sempre le loro esistenze. Perché tutti loro hanno da raccontare come si sentono fortunati per essere sopravvissuti all'incubo di essere stati feriti da armi da fuoco. Sono stati a un passo dalla morte, sono rinati quando hanno deciso di guardare avanti, oltre quei segni e quelle cicatrici indelebili che ogni giorno riportano la mente a quell'istante in cui si sono ritrovati con una pistola puntata contro.
 
 


Adesso quelle storie sono diventate un libro grazie al progetto di Kathy Shorr che ha fotografato e raccolto i racconti di centuno persone che hanno rischiato di essere uccise da armi da fuoco negli Stati Uniti: il suo “Shot” è un libro di sensibilizzazione contro la violenza e la diffusione di pistole e fucili e che rappresenta le ferite e le sofferenze di chi ce l'ha fatta.

Tra loro c'è Cori Romero, colpita al collo mentre era ferma a un semaforo e tornava a casa. Sahar Hoshakhlagh passeggiava con la cugina a Times Square, a New York, quando è stata raggiunta da un proiettile esploso da un poliziotto durante un inseguimento. Megan Hobson si è trovata in mezzo a una sparatoria: la sua auto è stata crivellata di colpi e adesso cammina zoppicando. Sara Cusimano era in macchina con la madre quando è arrivato un ladro che si è impossessato della loro auto e ha guidato fino a un campo dove l'ha violentata. Poi le ha sparato a bruciapelo in fronte per ucciderla. Sara è viva. Un miracolo di cui è riconoscente a Dio tutti i giorni. Poi c'è la storia di Shyrica Wesley, 38 anni: era nel parcheggio di un supermercato quando il marito le ha sparato in faccia prima di uccidersi. James Armstrong è stato raggiunto da una scarica di colpi mentre tornava da una festa: il suo amico è morto sul colpo, lui ha perso una gamba.

Adesso Kathy, dopo un lavoro lungo due anni e mezzo, è riuscita a pubblicare il suo progetto per dire no alla violenza e alla paura, la stessa che provò lei quando nel 1980 si trovò con una pistola puntata alla testa durante una rapina in casa a Greenwich Village, New York. «Ero a casa con mia figlia quando due persone, fingendosi postini, hanno bussato alla mia porta - ha raccontato Kathy - I due sono entrati, hanno svaligiato l'appartamento e per tutto il tempo hanno tenuto me e mio figlio sotto minaccia armata. È una sensazione orribile che non auguro a nessuno. Senti di aver perso completamente il controllo della tua vita. Ne siamo usciti illesi, ma quella giornata ha segnato per sempre la nostra esistenza».

Anni dopo, Kathy, che ha lavorato come insegnante, ha iniziato a notare che i suoi studenti si presentavano a scuola con magliette sulle quali erano stampate immagini di fratelli, parenti e amici, uccisi in sparatorie. Un'ondata di violenza alla quale non è rimasta indifferente e che l'ha portata a iniziare il suo progetto nel 2013. «Ho contattato queste persone che erano rimaste ferite dai colpi di arma da fuoco per farmi raccontare le loro storie. Per loro è stata una catarsi: siamo tornati nei luoghi delle sparatorie, e lì mi sono fatta raccontare cosa era successo e ho scattato le foto simbolo. Per tutti loro si è trattata di una seconda rinascita ed è incredibile come, nonostante tutto, abbiano avuto la forza di riprendere in mano le loro esistenze e andare avanti».
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Martedì 18 Aprile 2017, 16:21






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