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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Venezia 74 giorno 6. Madri tra il bene e il male
​Riso sconcerta, McDonagh entusiasma


C’è chi vuole costruire una famiglia e chi pensa invece di distruggerla. Giornata degli opposti: un film americano finora tra i migliori della selezione per il Leone, un film italiano al contrario che si colloca all’ultimo posto. Il nostro secondo film in gara, “Una famiglia” di Sebastiano Riso, è un fallimento. A maggior ragione se l’ambizione prende il sopravvento e con presunzione si vuole perfino citare, senza una necessità estetica, addirittura Antonioni e il suo “Professione repoter”, in un lungo piano-sequenza che fa inutilmente quasi il giro di Roma per tornare al punto di partenza.
Maria si è stancata di assecondare Vincent, trapiantato a Roma da Parigi, in quella disponibilità ad aiutare coppie che non hanno figli. Vorrebbe finalmente tenerne uno per sé, formando una famiglia. Questo bisogno complica le cose in un tessuto personale e urbano di grande desolazione, fino al tentativo disperato di Maria di veder realizzato il proprio sogno. Alzando l’asticella delle aspirazioni rispetto alla sua opera prima, l’altrettanto modesto “Più buio di mezzanotte”, Riso sprofonda senza paracadute in un melò ruvido e scostante, dove Micaela Ramazzotti paga un ruolo sproporzionato alle sue possibilità, specie nei momenti più aspri. Scritto a sei mani con Andrea Cedrola e Stefano Grasso, il film non affronta mai sul serio il tema delle adozioni, del traffico dei neonati e lo scenario di un Paese ancora distante da una modernità legislativa, ma si limita a concentrarsi sul rapporto conflittuale tra Maria e Vincent (Patrick Bruel), sempre disponibili a sedute erotiche rampanti (il piatto forte del film), alternandole con dialoghi fasulli e una sceneggiatura troppo scritta che porta i personaggi a comportarsi in modo improbabile (si veda tutta la parte finale, sconcertante nei suoi sviluppi). Se è avvilente la rappresentazione della coppia gay, da un regista tra l’altro che dovrebbe avere la sensibilità adatta; e se anche Fortunato Cerlino e Ennio Fantastichini finiscono inghiottiti nel marasma narrativo, privo di qualsiasi reale tensione, il film arriva al capolinea denunciando i limiti più evidenti di un cinema fintamente autoriale. Voto: 3.

Tutt’altra luce invece in “Three Billboards Outside Ebbing, Missouri” (Tre manifesti a Ebbing) del londinese Martin McDonagh, a cominciare dalla favolosa Frances McDormand, nel ruolo di una madre che battaglia con la polizia locale (fantastici anche Woody Harrelson e Sam Rockwell, ma non ce n’è uno di scarso…) per dare un volto finalmente all’assassinio di sua figlia. E per protestare compra tre grandi cartelloni alle porte della cittadina, per scriverci sopra un attacco alle forze dell’ordine. Ne esce una specie di western spietato, dove le radici dell’odio esplodono in modo esponenziale. Ma al contrario dei Coen (con i quali esistono delle analogie, specie in un magnifico script), McDonagh, famoso almeno per il singolare “In Bruges”, nei suoi personaggi toccati da razzismo e violenza scova sempre un atto di umanità. Se il film procede per accumulo e forse spinge l’acceleratore anche sul compiacimento, va anche detto che tale esagerazione non sbaglia però un colpo, in un malinconico finale dove chi si è fatto del male forse capisce che è tempo di cambiare. Voto: 8.
Infine due parole sul documentario, sempre in Concorso, di Frederick Wiseman (“EX LIBRIS – The New York Public Library), ennesimo lavoro di un regista che racconta attraverso la vita di una location, un mondo intero. Ma 197 minuti sono decisamente troppi nella ripetitività che finisce anche un po’ per annoiare. Voto: 6.5.
 

Martedì 5 Settembre 2017, 07:37
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