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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Top 2016. Neruda e Club, Larraín pigliatutto
Podio. Linklater e Jarmusch, coralità e poesia

1. NERUDA di Pablo Larraín

L’autore cileno più importante di questo scorcio iniziale di secolo, sempre bistrattato dalle giurie dei grandi festival. Un Cile che arriva da più lontano rispetto ai lavori che hanno riguardato la dittatura di Pinochet, un antibiopic sulla vita di un poeta, che qui viene raccontato più come il parlamentare comunista (fine anni ’40) in fuga dall’arresto. Fondendo realismo e mitologia, Larraín scandaglia la lotta al Potere, esterna e interna, tra il noir e il western. Il suo film più “cinematografico” in assoluto.
2. TUTTI VOGLIONO QUALCOSA di Richard Linklater

Lo sguardo di Linklater sul mondo è sempre un tuffo al cuore. La sua capacità di far “vivere” le storie come se non ci accorgessimo di essere davanti a uno schermo, è molto rara. La coralità del college, lo scorrere dell’adolescenza con le sue speranze e le sue illusioni. Dialoghi, ambientazioni, musiche: la gioventù e il contatto con un’era (primi anni ’80) di grande trasformazione politica e sociale, senza incanti nostalgici. Attori meravigliosi. Sequel ideale di “Dazed and confused”.
3. PATERSON di Jim Jarmusch

Assieme a Larraín uno dei registi più talentuosi e maltrattati dalle giurie dei festival. Qui siamo a Paterson (nome anche del protagonista), dove non succede praticamente nulla. Un film poetico sulla “poesia” della vita normale, che sarebbe piaciuto a Ozu. Sette giorni scanditi dalla geometria monotona dove ogni gesto è ripetitivo. Due personaggi, un cane, un autobus: un miracolo.
4. IL FIGLIO DI SAUL di László Nemes – Si può essere ancora originali raccontando la bestiale tragedia dell’Olocausto? Questo giovane regista ungherese, già assistente di Béla Tarr, peraltro all’esordio, c’è riuscito. Stile folgorante, schermo ridotto a 4:3, primi piani claustrofobici, un uso sbalorditivo del fuoricampo, piani sequenza senza respiro. La voce della Storia è un urlo che ancora echeggia. I lager come non li avete mai visti.
5. THE ASSASSIN di Hou Hsiao-hsien - Una meraviglia imperdibile. Un film di una bellezza accecante, che si spalanca su un mondo lontano, inafferrabile, violento e poetico. Nella Cina del IX un wuxia quasi senza furori, da uno scintillante bianco e nero a un festival di colori, tra la rapsodia e l’incanto.
6. THE HATEFUL EIGHT di Quentin Tarantino – Una diligenza. Ed è già western. Ma col Wyoming chiuso dentro un kammerspiel, dove si destrutturano le storie dei personaggi dalle identità nascoste e la Storia dell’America. Tra Ford e Carpenter, tra Agatha Christie e una lettera (vera?) di Lincoln, Tarantino racconta altre storie di bastardi senza gloria. E Morricone fa il resto.
7. AL DI LA’ DELLE MONTAGNE di Jia Zhang-ke - Dalla Cina fine millennio fino all’Australia del prossimo decennio, la storia di una famiglia, di un popolo, di un Paese, dove a cadere ogni volta sono le illusioni più feroci. Come “Go West” dei Pet Shop Boys sottolinea con sfrenata ironia.
8. WEEKEND di Andrew Haigh – La scoperta di un amore tra due ragazzi gay, ben sapendo che tutto tra due giorni finirà. Haigh registra i piccoli gesti titubanti, il sentimento che si espande, la scoperta dei corpi. Finale straziante alla stazione. Straordinari i due attori. Il film è del 2011, ma come sempre l’Italia si dimostra abile in tempismo.
9. THE WITCH di Robert Eggers - Medioevo. Una famiglia viene allontanata dalla comunità e si rifugia ai bordi del bosco. Un’opera d’esordio tra Dreyer, Bergman, Giobbe e l’ossessione della fede che diventa horror. Chi sono le vere streghe? Il terrore di Dio tra rancore e malvagità.
10. IL CLUB di Pablo Larraín – Il regista cileno apre e chiude il “best”, in attesa dell’imminente “Jackie” già visto a Venezia. Il senso obitoriale del suo cinema tra preti pedofili e uomini malvagi. Linguaggio durissimo, sessualmente esplicito: un film rabbioso, politico, plumbeo. Se per amor di Dio si stupra, il Potere divora i propri figli. 

Sabato 31 Dicembre 2016, 10:30
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