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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Venezia 74, giorno 2. Preti, mostri e profughi
Schrader illumina ​il percorso di fede di Hawke


Giornata piena e non avara di soddisfazioni in Concorso. Tre titoli, tutti di buon livello. Paul Schrader con “First Reformed” mette un pastore di una piccola comunità (Ethan Hawke) al centro di una querelle familiare: lei, Amanda Seyfried, è incinta; lui vorrebbe che abortisse, perché è un ecologista radicale e pensa che la vita sulla Terra non durerà a lungo. Ma una scelta drastica del futuro papà, porta il prete, che nel frattempo scopre di avere un probabile tumore, a interrogarsi sul ruolo della Chiesa in termini sociali e ad abbracciare, fino a estreme conseguenze, una lotta contro le corporation. Schrader, che certo non ama il cinema conciliante, dapprima coniuga Bresson e Bergman (dal “Diario” a “Luci d’inverno”), con uno stile asciutto, se non austero; poi accarezza sponde malickiane con derive trascendentali; infine dà fiato al suo repertorio più impulsivo, qui ancora più lacerante, senza il grottesco di “Dog eat dog”e il sarcasmo di “The canyons”, le sue più recenti opere. Ne esce un film sul dolore e sulla morte, sull’amore e sulla fede, dove tutto è in costante dissidio, fino a un abbraccio vertiginoso, sul quale il film si chiude bruscamente, tra terrorismo e santità, espiazione brutale e ambientalismo ossessivo. Un titolo da Palmares. Voto: 7.5

Di violenza inaudita parla anche Ziad Doueiri, regista libanese, che  con “The insult” dimostra come una piccola banale offesa, nata da un incontrollato gesto d’ira, tra un cattolico e un palestinese a Beirut, possa arrivare a scatenare una folle battaglia nelle strade, arrivando a una crisi nazionale. L’aula del tribunale dove si svolge il processo diventa il teatro espanso della diatriba personale, portando sistematicamente allo scontro avvocati e pubblico, dimostrando come alla radice le tensioni storiche, che portarono alla guerra civile, non siano state anche risolte. Un film che forse paga un eccesso di verbosità nel finale, perdendo il serrato ritmo iniziale, ma che porta l’orgoglio dei singoli a infuocare un clima fintamente tranquillo, dove la tesi, che farà sicuramente discutere, è che nessuno può vantare torti più di altri (in questo caso i palestinesi), anche se questo non è sempre vero. Voto: 6,5.

Infine si vira sul fantay con l’immancabile visione barocca di Guillermo del Toro, che con “The shape of water” (La forma dell’acqua) porta l’ennesimo Mostro a trovare affetto e consolazione con un altro Diverso (in questo caso una giovane ragazza delle pulizie, peraltro muta). Del Toro sposa la favola della Bella e la Bestia con il disincanto stupefatto di una nuova Amélie, destinandolo a un’ambientazione vintage fine anni ’50, in piena guerra fredda tra americani e sovietici (forse il lato più debole del film), dove il Cattivo è Michael Shannon, nella sua veste di immancabile fuori di testa. Del Toro ha una significativa grazia nel filmare questa improbabile storia d’amore e l’aggiunta dell’acqua dona al film una liquidità poetica, fonte di sopravvivenza. Un omaggio sensibile al favoloso mondo del cinema (non a caso Elisa, la ragazza muta, vive sopra una sala), che però non aggiunge alcun nuovo stupore al genere. Voto: 7.

Infine nelle Proiezioni Speciali è passato “L’ordine delle cose” di Andrea Segre, storia di un funzionario di polizia chiamato a districarsi nel traffico di migranti tra Italia e Libia. Film profetico (essendo stato scritto 3 anni fa), che riesce nella seconda parte, quando entra nel vivo della questione, ad avere quella forza espressiva che fatica a trovare all’inizio, un po’ troppo dispersivo, fino a un finale amaro, dove si dimostra che entrando nella sfera dei singoli, i problemi universali diventano ancora più complicati e pericolosi. Voto: 6.

Venerdì 1 Settembre 2017, 07:42
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