Nel mondo 250 milioni di donne con mutilazioni genitali. La conferenza nazionale: ripensare azione di contrasto

Mercoledì 5 Febbraio 2020
Le Mutilazioni Genitali Femminili (MGF) «rappresentano una forma particolare di violenza contro le donne» e «hanno assunto le caratteristiche di una vera e propria violazione dei diritti umani, che non possono più essere tollerate e contro le quali l’Assemblea Permanente delle Nazioni Unite ha già approvato, nel 2012, una risoluzione all’unanimità perché vengano messe al bando in ogni stato membro». È una denuncia senza attenuanti quella lanciata dalla Conferenza nazionale “Salute globale per la tutela delle donne: è possibile eradicare le Mutilazioni Genitali Femminili?”, tenutasi presso il Ministero della Salute e organizzata dagli Istituti IRCSS “Regina Elena” e “San Gallicano” di Roma, a cui hanno partecipato diversi medici, ricercatori e parlamentari.

La mission scientifica. Il Novecento è stato il secolo in cui il concetto di salute ha delineato un valore universalmente inteso ed ha esteso le aree di intervento nei paesi a Nord e Sud del mondo. Purtroppo, gli sforzi delle comunità internazionali risultano essere ancora insufficienti se confrontati a fenomeni come quello che coinvolge i paesi nell’area sub-sahariana del pianeta: 250 milioni di donne e bambine portatrici di Mutilazioni Genitali Femminili (MGF) e circa 2% di bambine nel mondo, ogni anno, sono a rischio di essere sottoposte a “pratica tradizionale”. Nel mondo globalizzato contemporaneo, del machine learning e dell’intelligenza artificiale che domina i diversi saperi scientifici, la pratica delle MGF non può rimanere una violenza sopita nei corpi delle donne. La cura, terapia e la promozione della salute, nei paesi di origine e in quelli che sono protagoniste delle mobilità umane, necessitano di azioni concrete, inserite all’interno delle policies e strategie di intervento sanitario. Ciò consentirebbe di coniugare la tutela della salute femminile e di genere, la rimozione di fattori culturali che possano danneggiare la donna e ridurre le discriminazioni. In questa prospettiva il ruolo dei decision makers risulta fondamentale per garantire la tutela delle donne e perseguire i goal 3-4-5-10 previsti dall’Agenda 2030 dell’Onu.

L’analisi del professor Morrone. È il direttore scientifico del San Gallicano, Aldo Morrone, a tracciare la linea comune emersa dal confronto tra medici, ricercatori e parlamentari: «La difficile situazione di violenze fisiche e morali a cui ancora oggi sono sottoposte molte bambine nel mondo, trova nelle MGF una delle sue più efferate e odiose manifestazioni, da situare nel più ampio quadro delle pratiche tradizionali pericolose che comprendono anche i matrimoni, gli aborti e le gravidanze in età adolescenziale. Tutte queste pratiche violano i diritti umani delle bambine e mettono in serio pericolo il loro benessere, la salute sessuale e riproduttiva».
«Tanto è stato fatto per salvaguardare la dignità e l’integrità fisica e psicologica delle donne, ma è ancor più quello che va fatto - aggiunge il professore Morrone - Infatti se ad oggi il numero delle MGF è in continuo aumento, probabilmente dobbiamo chiederci se non abbiamo sbagliato qualcosa nelle modalità di contrasto che abbiamo sino ad oggi adottato e ripensare globalmente le strategie migliori per eradicare questa vergognosa pratica». «Un mondo – conclude Morrone - in cui le donne non sono libere, non è un mondo libero e giusto».
L’intervento del sottosegretario Zampa. Sulla stessa lunghezza d’onda la sottosegretaria alla Salute, Sandra Zampa: «Almeno 200 milioni di ragazze e donne vivono oggi nel mondo con le cicatrici di qualche forma di mutilazione genitale subita nel corso della propria vita. L’Unicef, in un recente rapporto, stima che altri 68 milioni di ragazze subiranno mutilazioni genitali da qui al 2030 se non vi sarà una forte accelerazione nell’impegno per porre fine a questa pratica aberrante. Le mutilazioni genitali vengono praticate principalmente su bambine tra i 4 e i 14 anni di età. Tuttavia, in alcuni paesi vengono operate bambine con meno di un anno di vita, come accade nel 44% dei casi in Eritrea e nel 29% dei casi nel Mali, o persino neonate di pochi giorni come nello Yemen».
«In Europa – rileva - il numero di donne e ragazze che convivono con le conseguenze derivanti dalla pratica è ancora sconosciuto, sebbene il Parlamento europeo stimi che si aggirino intorno alle 500mila, con altre 180mila a rischio ogni anno. In Italia, le stime più recenti (2017) indicano che il numero di donne attualmente presenti che sono state sottoposte durante l’infanzia a una forma di mutilazione genitale potrebbe essere compreso in un intervallo tra 61.000 e 81.000».
«C’è una legge, la numero 7 del 2006, che prevede oltre che il contrasto della pratica delle mutilazioni genitali femminili e la realizzazione di un’attività di prevenzione, assistenza e riabilitazione delle donne e delle bambine già sottoposte a tali pratiche, anche lo stanziamento di alcuni fondi per la formazione del personale sanitario. Lo stanziamento era pari a 2,5 milioni fino al 2009, poi la congiuntura economica lo ha fatti scendere fino a circa 174mila euro. Con un’integrazione delle risorse si è riusciti ad arrivare a 500mila euro, ma l’impegno – conclude Zampa - è provare a fare di più nella prossima legge di Bilancio».  © RIPRODUZIONE RISERVATA

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