Welfare e sanità, il presidente dell'Enpam Oliveti: «Da irresponsabili ridurre il tema della salute a un derby Stato-imprese»

Mercoledì 30 Settembre 2020 di Marco Barbieri

Sarebbe sbagliato affrontare il tema della salute come se fosse un derby pubblico-privato, eppure «se per ipotesi non ci fossero più malati il Sistema sanitario nazionale potrebbe essere felice, mentre la sanità privata andrebbe fallita». Non rifiuta i paradossi Alberto Oliveti, medico di medicina generale e pediatra, rinnovato presidente dell’Enpam, l’ente previdenziale della categoria che è stata sugli scudi per mesi durante le fasi più acute della pandemia. Ma oltre che di previdenza Enpam si occupa di tutto il welfare di circa 400mila tra medici e odontoiatri italiani. Un osservatorio privilegiato per valutare l’evoluzione di una professione che si ritrova al centro di quel mix di sistema pubblico-privato chiamato a integrarsi per assicurare il miglior servizio ai cittadini, «ai pazienti – precisa Oliveti – c’è chi già li chiama clienti. Per me sono pazienti».

Forse è ormai fuori tempo parlare di pubblico e privato, come di due elementi che si oppongono nel sistema integrato della salute.
«Ma no, è giusto evidenziare le differenze per augurarsi una integrazione felice per i pazienti. Si sono create aree grigie che dovrebbero essere risolte. Da quando la remunerazione del pubblico e del privato è guidata dai cosiddetti Drg (l’acronimo sta per diagnosis-related group, raggruppamento omogeneo di diagnosi, ndr) abbiamo visto scomparire delle patologie e moltiplicarsi delle altre. Non ci sono più bronchiti ma solo polmoniti. La medicina conservativa è sparita, c’è solo l’interventistica, che è più remunerativa. I Drg erano nati per offrire una corretta tassonomia delle malattie. Ora rappresentano solo il criterio base per valorizzare le prestazioni».

Eccoci subito in argomento: c’è il pericolo che la sanità privata insegua quello che una volta si sarebbe chiamato “consumerismo sanitario”? Si producono servizi solo se sono remunerativi. Molte polizze sanitarie prevedono il check-up annuale. Molti medici lo considerano poco o nulla utile.
«Sono tra quelli. Non credo che un check-up generalizzato e acritico possa essere di aiuto per assicurare il proprio stato di salute o per prevenire indiscriminatamente le patologie principali. Nulla può sostituire la raccolta di dati anamnestici nella relazione medico-paziente. I riscontri oggettivi sono la premessa per prevedere eventuali esami di laboratorio. Non il contrario».

Eppure, la relazione medico-paziente è destinata a cambiare. Non solo nel periodo del lockdown, ma sempre più spesso si parla di telemedicina. Per tornare alle coperture assicurative si offre sempre più spesso un video-consulto medico a distanza. Inutile anche questo?
«Utilissimo. Non vorrei essere frainteso. L’innovazione è fondamentale, anche nella competenza dei medici, di base o specialistici, e nella relazione con i pazienti. A distanza si possono fare cose preziosissime. In certe condizioni si può anche fare dell’ottima telechirurgia. Tutti i “tele” che vuole sono benvenuti: telediagnosi, teleterapia, teleprevenzione. La telemedicina nel suo complesso offre strumenti di potenziamento e di amplificazione dell’interazione e della relazione con i pazienti. Si tratta di strumenti aggiuntivi. Non sostitutivi. Anche in un video-consulto si può eseguire un’adeguata anamnesi, direttamente o indirettamente tramite il paziente».

A condizione che ci sia una infrastruttura digitale adeguata.
«Offrire un video consulto o servizi di telemedicina senza assicurare una banda larga che consenta un adeguato flusso di dati è una presa in giro. Ben venga il 5G, ben venga tutta l’innovazione che renda possibile la digitalizzazione. Ben venga l’Intelligenza artificiale, che oggi tramite algoritmi potenzia la formulazione di ipotesi a partire dagli elementi raccolti. Ma ben venga anche un’adeguata cultura digitale nei medici e nei pazienti. Bisogna crescere tutti».

Tutti vuol dire ancora una volta pubblico e privato insieme. Per la Costituzione la salute è diritto individuale e interesse collettivo.
«Appunto. Dobbiamo preoccuparci di allineare gli interessi dell’individuo e della collettività. Uno dei grandi problemi sono le ridondanze nelle coperture assicurative e nell’offerta di prestazioni. Quando si creano sovrapposizioni c’è un danno per collettività anche in termini di spreco di risorse».

C’è una questione legata anche alla fiscalità che si applica alle prestazioni erogate dal sistema privato?
«Il tema della fiscalità è centrale. La fiscalità generale paga il Sistema sanitario nazionale, nella sua tripartizione di ospedale, territorio, medicina pubblica. L’outcome del sistema è indicato dai Lea, i livelli essenziali di assistenza, per assicurare i quali la sanità pubblica compra servizi e prestazioni mediante accreditamento e convenzionamento con strutture private. A fronte di una totale o parziale defiscalizzazione delle prestazioni alternative o sostitutive del Ssn, attraverso l’intermediazione di assicurazioni, fondi sanitari, negoziazioni collettive, lo Stato finisce per pagare due volte. C’è qualcosa che deve essere corretto».

E al pubblico resta la gestione dell’emergenza che è uno dei fattori di costo più alti?
«Non solo. Al pubblico restano i costi straordinari del Pronto soccorso, della rianimazione, dell’emergenza, non solo Covid, dell’oncologia, delle patologie della demenza. Ma anche della formazione. E della ricerca».

Il privato dovrebbe concorrere al pagamento della formazione?
«Perché no? Tutti i professionisti che operano nel privato sono formati nell’alveo pubblico. Il privato dovrebbe partecipare ai costi della formazione professionale affinché ci sia una competizione equa e virtuosa». Ma resta il fatto che il pubblico non riesce ad assicurare efficienza nel conseguire i Lea in maniera uniforme sul territorio nazionale. L’universalismo è garantito a macchia di leopardo. «Anche a macchia di gattopardo. Molte sacche di inefficienza sembrano create ad arte. E poi bisognerebbe anche parlare dei Lea, alcuni inesigibili al punto da apparire fantasiosi. Dovrebbero essere Livelli Esigibili (dappertutto) e Appropriati e non solo Essenziali di Assistenza».

Molti dicono che la sanità non potrà essere più la stessa dopo l’esperienza Covid.
«Vero. È stata una sassata nello stagno. Bisognerà fare una riflessione culturale sulle attese riposte dai cittadini nella salute. Purtroppo si deve fare i conti con l’invecchiamento e con la morte. La sanità pubblica così come quella privata non possono opporsi a questo orizzonte naturale». 

Ultimo aggiornamento: 1 Ottobre, 09:57 © RIPRODUZIONE RISERVATA