Naufragio a largo della Libia, le Ong accusano l'Europa. «Navigavamo fra i cadaveri»

Venerdì 23 Aprile 2021
Naufragio a largo della Libia, le Ong accusano l'Europa. «Navigavamo fra i cadaveri»

«È stato come navigare fra i cadaveri». La testimonianza diretta di Alessandro Porro racconta l'ennesima tragedia del mare, sulla rotta delle migrazioni dal Nord Africa: con la Ocean Viking non è arrivato in tempo per salvare 130 persone annegate al largo della Libia, dopo due giorni su un gommone in balia dal Mediterraneo in burrasca, a lanciare invano richieste d'aiuto. Ignorate, secondo la denuncia di Sea-Watch International e altre ong, dalle autorità europee e da Frontex, che «hanno negato il soccorso».

Migranti, 130 morti in un naufragio al largo della Libia. I soccorritori: «Navigavamo tra i cadaveri»

«Gli Stati si sono rifiutati di salvare i naufraghi», accusa anche l'Organizzazione internazionale delle migrazioni dell'Onu. Il dramma porta l'Ue a chiedere più poteri, e in Italia diventa polemica di politica interna quando Matteo Salvini twitta che le nuove vittime sono «sulla coscienza dei buonisti che, di fatto, invitano e agevolano scafisti e trafficanti a mettere in mare barchini e barconi stravecchi, anche con pessime condizioni meteo». Si crea così un nuovo fronte fra il leader leghista e gli alleati di governo.

«Vergognose speculazioni», è la replica a più voci del Pd, mentre Leu annuncia «un'interrogazione urgente al Governo perché le responsabilità italiane siano chiarite». Il penoso bollettino arriva nelle ore in cui la responsabile dell'Interno Luciana Lamorgese e la ministra degli Esteri della Libia Najla Al Mangoush discutevano al Viminale del contrasto alle organizzazioni criminali che gestiscono il traffico di esseri umani. Una delle cause di questa ennesima strage.

Che però «non è stato un incidente», secondo Alarm Phone, il contatto d'emergenza in supporto alle operazioni di salvataggio, che per primo ha lanciato l'allarme: «Potevano essere salvati ma tutte le autorità consapevolmente li hanno lasciati morire in mare». Mercoledì mattina, è la sua ricostruzione, Alarm Phone riceve la segnalazione di un gommone in difficoltà con 130 persone a bordo (incluse 7 donne, una incinta), partito la sera prima dal Al-Khoms, in Libia, e avverte il Maritime rescue coordination centre italiano, ossia la Guardia costiera, il Rcc di Malta, la guardia costiera libica, l'Unhcr e le navi di salvataggio delle ong impegnate nel Mediterraneo. Anche Frontex assicura di aver «immediatamente allertato i centri di soccorso nazionali in Italia, Malta e Libia».

 

«Alle 14.11 - prosegue Alarm Phone - il Mrcc italiano ci ha detto al telefono che avremmo dovuto informare le "autorità competenti"», ossia quelle libiche, che poi fanno sapere di essere alla ricerca di tre imbarcazioni in difficoltà. In serata, spiega ancora Alarm Phone, dal barcone raccontano di aver visto un aereo «e crediamo che fosse il velivolo Osprey di Frontex». Poco dopo, le autorità libiche comunicano che le condizioni del mare impediscono le ricerche.

«Di notte ci sono state onde alte sei metri - racconta Porro dalla Ocean Viking, la nave di Sos Mediterranee impegnata ora nella ricerca delle altre due imbarcazioni disperse -. Ho passato qualche ora in bagno a vomitare. Ero esausto, disidratato, a fatica sono tornato nel letto, ed ero protetto da una signora delle acque che pesa migliaia di tonnellate. Fuori, da qualche parte in quelle stesse onde, un gommone con 120 persone. O 100, o 130. Non lo sapremo mai, perché sono tutte morte».

 

Le Ong accusano l'Europa

Nelle operazioni di ricerca assieme a tre mercantili, l'equipaggio di Ocean Viking trova il gommone squarciato e una decina di corpi, riversi in acqua con indosso un inutile salvagente. «Gli Stati sono rimasti inerti e si sono rifiutati di agire per salvare le vite di oltre 100 persone - accusa Safa Msehli, portavoce dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni dell'Onu -. Hanno implorato e lanciato chiamate di emergenza per due giorni, prima di affondare nel cimitero blu del Mediterraneo. È questa l'eredità dell'Europa?».

La presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, di recente ha ricordato che «salvare vite in mare non è opzionale». E ora il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, spinge per una svolta urgente: «I governi nazionali diano poteri e mandato all'Unione Europea per intervenire, salvare vite, realizzare corridoi umanitari e organizzare un'accoglienza obbligatoria. È oramai chiaro che le politiche nazionali non sono in grado di gestire con umanità ed efficacia i movimenti di migranti e richiedenti asilo». Inoltre, la «struttura multi livello» di gestione dei confini, nota il Mediatore europeo, Emily O'Reilly, «rende difficile verificare le responsabilità».

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