Brexit, Theresa vuole ritardare l’uscita, Europa pronta a darle 6-9 mesi

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Theresa vuole ritardare l’uscita, Europa pronta a darle 6-9 mesi

di Antonio Pollio Salimbeni

RUXELLES Ora i giochi sono riaperti per Theresa May e i Ventisette governi della Ue aspettano di capire quali saranno le sue prossime mosse. Il sentiero però resta molto stretto. La linea europea è molto chiara e si fonda su tre pilastri. Il primo è che tocca a Londra dire ciò che vuol fare. Rapidamente perché mancano dieci settimane al 29 marzo, giorno fissato per la Brexit. Il secondo pilastro è che non ci sarà un nuovo negoziato sui contenuti dell’accordo, non si riaprirà il «vaso di Pandora» di un’intesa che per tutti i 27 Stati membri è la migliore possibile, la soluzione per evitare il salto nel vuoto dei britannici, un vero e proprio caos politico nelle relazioni tra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord (se non peggio), effetti economici negativi non solo per il Regno Unito, che ne è maggiormente esposto, ma anche per l’Unione europea. Il terzo pilastro è che uno spiraglio per trattare c’è da parte europea: si può trattare su una proroga della data di partenza della Brexit. Senza esagerare, però: molti governi e lo stesso Parlamento europeo, che ha voce in capitolo sull’accordo Ue-Regno Unito anche se non partecipa ai negoziati, non vogliono che si scavalli il voto europeo previsto a fine maggio.

I MESSAGGI
Questi messaggi sono stati inviati per tutta la giornata di ieri a Londra, chiaramente indicati tra le righe. Ha cominciato in mattinata al parlamento europeo riunito a Strasburgo il negoziatore Ue Michel Barnier, personaggio che ha ormai acquisito un ruolo politico centrale nella nomenclatura europea e che qualcuno comincia a vedere come futuro presidente della nuova Commissione: «Mai il rischio di una Brexit senza accordo è stato così vicino», ha detto agli eurodeputati. Aggiungendo che la Ue ha accelerato la preparazione a un “non accordo”. L’orologio scorre implacabile e per i britannici è il momento di scegliere, ha detto. Poi ha difeso a spada tratta tutti i punti qualificanti dell’accordo respinto a Westminster: dalla difesa dei diritti dei cittadini europei alla transizione lunga dall’uscita del Regno Unito allo status di Stato terzo. E soprattutto l’elemento centrale dell’accordo: la regolazione delle frontiere tra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord con la clausola di salvaguardia (backstop in inglese) sulla quale si è cristallizzata la rivolta contro May. Questa opzione di ultima istanza, che scatterebbe solo in mancanza di un accordo Ue-Regno Unito sulle future relazioni commerciali, evita il ritorno a una frontiera fisica tra con controlli doganali di merci e persone.

L’UNIONE DOGANALE
In sostanza l’Irlanda del Nord rientrerebbe nell’unione doganale e rispetterebbe le regole del mercato unico europeo; il Regno Unito rientrerebbe nell’unione doganale (il confine sarebbe di fatto retrocesso in mare a metà via) perdendo sovranità in materia di relazioni commerciali con Stati terzi. 
Per quanto la Ue abbia scritto e riscritto che si tratta di una soluzione temporanea, che può essere solo superata se entrambi le parti sono d’accordo, è sul backstop che tutto si è bloccato. Non c’è da aspettarsi alcuna apertura da parte europea su questo e non a caso Barnier ha ribadito che «il backstop deve essere credibile» e costituisce il perno irrinunciabile dell’accordo.

GLI ALTRI FRONTI
Dunque, per la Ue non resta che trovare delle soluzioni ragionevoli su altro. Sui tempi della Brexit innanzitutto. Il presidente francese Macron ha indicato che è possibile «fare dei miglioramenti su una o due cose». La sua ministra degli affari europei Loiseau ha spiegato che un rinvio della data della Brexit è «giuridicamente e tecnicamente possibile». La cancelliera tedesca, molto preoccupata per gli effetti economici su tutto il continente di una hard Brexit, di un divorzio “duro”, ha sottolineato che «c’è ancora del tempo per negoziare».

LE IPOTESI
Gli scenari possibili a questo punto non sono molti. Una proroga della Brexit per dare tempo a May di affinare qualche nuovo impegno da parte della Ue, che però è destinato a non alterare la sostanza dell’accordo appena bocciato dal parlamento britannico: si tratta di vedere se breve o lunga. Nel caso in cui fosse di 6-9 mesi, il Regno Unito parteciperebbe al voto europeo per poi sganciarsi a Brexit chiarita (con tutti i suoi parlamentari). Sarebbe una situazione assai bizzarra perché ci sarebbero dei candidati parlamentari che farebbero campagna contro l’istituzione alla quale si candidano. Non c’è «appetito» tra i Ventisette per questa prospettiva. Un’altra opzione presa in considerazione a Bruxelles, se dovesse mancare di nuovo il sostegno del parlamento britannico all’accordo, è un secondo referendum (il “sogno” del presidente Ue Tusk): reclamato dagli eurofili a Londra non c’è la garanzia che il risultato sarà diverso dal primo. Essendo May riuscita a sopravvivere, per ora ha perso peso l’opzione di nuove elezioni, una prospettiva che a questo punto a Bruxelles hanno accantonato.
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Giovedì 17 Gennaio 2019, 00:05






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