Becciu: «Papa Francesco decise di licenziare Libero Milone perchè spiava illecitamente su attività della Santa Sede»

Mercoledì 18 Maggio 2022 di Franca Giansoldati
Becciu: «Fu il Papa a decidere di licenziare Libero Milone perchè spiava illecitamente su attività della Santa Sede»

Città del Vaticano – Fu Papa Francesco a dare l'ordine di licenziare dall'oggi al domani l'ex Revisore dei Conti, Libero Milone poiché investigava illecitamente sulle attività della Santa Sede. A distanza di cinque anni viene svelato come andarono realmente le cose, in uno dei passaggi che finora erano rimasti ancora un giallo. Ne ha parlato stamattina nell'aula del tribunale d'Oltretevere il cardinale Angelo Becciu imputato al maxi processo per la compravendita dell'immobile di Londra (con l'accusa di peculato, subornazione di teste e abuso d'ufficio) raccontando di avere chiesto «in questi giorni» al pontefice se poteva «parlare liberamente» di quella vicenda rimasta tra le pieghe dei burrascosi rapporti che esistevano all'epoca tra i poteri interni del Vaticano, da una parte la Segreteria di Stato e dall'altra la Segreteria per l'Economia che all'epoca era guidata dal cardinale George Pell. Per la seconda volta il pontefice ha sciolto il Becciu da ogni vincolo per potersi meglio difendere da ogni accusa. 

«In questi giorni ho chiesto al Papa se potevo parlare liberamente, mi ha detto di si. Ho chiesto autorizzazione per dire quello che conosco, evitando speculazioni. Non ho alcuna responsabilità nelle dimissioni del dottor Milone. L'ordine fu emesso dal Papa senza la mia partecipazione. Mi chiese di convocare Milone e comunicargli che non godeva più della sua fiducia. Io – ha affermato Becciu nella sua dichiarazione spontanea – gli dissi che ero lì per servirlo, così successivamente chiamai Milone e gli comunicai in modo massimamente gentile la superiore volontà. Quale furono le ragioni? Sono contenute nel comunicato della sala stampa che emise allora. In pratica l'ufficio diretto dal dottor Milone incaricò illegalmente una società esterna per spiare illegalmente esponenti della Santa Sede. Ribadisco, dunque, di non avere avuto alcun ruolo diretto o indiretto nella decisione papale».

L'udienza di stamattina è stata dedicata interamente all'interrogatorio fiume del cardinale Becciu. Quasi otto ore piene di schermaglie tra difesa e accusa, con accenti anche polemici che hanno costretto il presidente Giuseppe Pignatone a sospendere per un paio di volte la seduta, iniziata con la lettura della ordinanza del Tribunale relativa alla costituzione di parte civile di monsignor Alberto Perlasca, il principale accusatore dei dieci imputati, che all'epoca dei fatti era direttore dell'ufficio amministrativo della Santa Sede e dal quale dipendevano gli orientamenti di tutti gli investimenti, compreso la compravendita dell'immobile londinese. La richiesta è stata accolta solo per reato di subornazione addebitata al cardinale Becciu per avere fatto presunte pressioni sul vescovo di Como al fine di inibire Perlasca a testimoniare. 

Il Promotore di Giustizia ha chiesto a Becciu se era stata fatta una valutazione dell'immobile, se erano state adottate cautele, se fosse giusto o meno fare investimenti anche con l'Obolo. Ogni passaggio - è stato spiegato dal cardinale, all'epoca Sostituto della Segreteria di Stato – veniva concordato da Perlasca, titolare dell'ufficio amministrativo il quale gli sottoponeva per competenza numeri, rendimenti, dossier finanziari. «Un Sostituto si fida dell'ufficio competente e anche quando chiesi a Perlasca di mostrarmi i rendimenti del palazzo, o quanti soldi aveva portato, lui i diceva che ci vuole tempo per valutare gli investimenti». 

Una testimonianza, quella dell'ex Sostituto agli Affari generali della Segreteria di Stato, punteggiata spesso da «non ricordo» davanti ad un profluvio di documenti. «Io chiedevo a Perlasca: quando mi fai vedere i rendimenti?», ha detto Becciu, che a sua volta ha chiamato in causa il suo ex collaboratore per non avergli mai fatto presente alcune situazioni finanziarie critiche. Al Promotore di Giustizia, Alessandro Diddi che gli ha mostrato una lunga serie di lettere e minute firmate da lui stesso, Becciu ha ripetuto di non ricordare tutto, e lo stesso per nomi di persone legate a società che ruotavano attorno all'affare gestito dal suo ufficio. La spiegazione fornita è che era l'ufficio amministrativo che preparava i dossier, o li riassumeva, e lui si limitava a firmare velocemente: «con tutto quello che avevamo da fare non c'era tempo per soffermarsi». Diddi però lo ha incalzato: «sono tutti contratti preparati dall'ufficio che lei firmava senza controllare?». La replica del cardinale: «No, ma sinceramente non ricordo, il Sostituto aveva mille cose da fare. Non mi ricordo, come non ricordo di tante altre lettere. Quando arrivavano sul mio tavolo, già dalla lunghezza che potevano avere, istintivamente facevo un appunto e dicevo: ditemi cosa c'è, fatemi un sunto eccetera. E' una questione di efficienza, il Sostituto ha un ruolo complesso, ha mille cose da seguire, anche quando ero in nunziatura facevo così». A questo punto il pm si è spinto ad accusare Becciu: «Fa finta di non saperlo». Una osservazione che ha suscitato le proteste delle difese tanto che il presidente del tribunale Giuseppe Pignatone ha sospeso per cinque minuti. «Ho settant'anni, lo stress di questo processo, in questi due anni, ha influito molto sulla mia memoria», ha detto Becciu. 

Il cardinale Becciu  ha poi raccontato che quando il suo successore - monsignor Pena Parra - decise di vendere l'immobile, Becciu fece presente che era venuto a sapere di un'offerta. Offerta che fu considerata sospetta dall'attuale responsabile della Segreteria dell'Economia, il gesuita Guerrero Alvez, perché incompleta e mancante di tanti riferimenti e probabilmente legata ad uno degli stessi personaggi accusati della truffa (in questo caso Torzi, il finanziere imputato per il reato di truffa). «Ne parlai col professor Milano» ha dichiarato Becciu, il promotore di giustizia del Vaticano Gian Piero Milano. «Gli dissi che c'era questa offerta, un fondo che vuole proporsi per rilevare il palazzo di Londra, e Milano mi disse: 'magari, andate avanti'. Se avessi avuto fini strani, ne avrei mai parlato col promotore di giustizia? In ogni caso dopo le obiezioni ottenute la cosa cadde»

Un altro aspetto parallelo a questa vicenda ingarbugliata riguarda Cecilia Marogna, la esperta di intelligence e imputata anch'essa al processo. Becciu ha raccontato di come la aveva conosciuta e di come si è accreditata in Vaticano, facendo leva sui suoi legami con i vertici dell'intelligence. Una sera la donna – dopo il suo rinvio a giudizio - dormì persino nella casa del cardinale Angelo Becciu. «Alla sera venne da me, dovevamo parlare, gli volevo chiedere, poi si fece tardi, e quando stava andando via, le suore (che vivono con Becciu) dissero che la donna aveva paura di andare in albergo perché c'era il covid, e gli chiesero se potevano ospitarla nelle loro stanze. Io dissi di sì. La rividi la mattina dopo a colazione: la cosa è andata così». Becciu ha anche citato i Promessi sposi: «Io sono un fedele lettore di Manzoni, ricorderete fra Cristoforo che accoglie Lucia in monastero e diceva 'omnia munda mundis', tutto è puro per i puri, e dunque non c'è da malignare».

La donna, ha spiegato ancora il cardinale, operò per il rilascio di una suora colombiana rapita in Mali ma a Becciu la Marogna negò però di avere distorto fondi per spese voluttuarie. 

In questo passaggio il cardinale ha reso una seconda dichiarazione spontanea: «A tutela del Papa e di molti missionari in territori remoti e pericolosi ritengo di non dovere dettagliare ulteriormente la liberazione di suor Gloria rapita in Mali». Il promotore di Giustizia lo ha pressato: «La Segreteria di Stato si è mai occupata in passato di altri sequestri di persona?» «Non rispondo». «Lei si è occupato di altri sequestri». «Non rispondo». Becciu a questo punto è sembrato perdere la pazienza, non voleva sentire la parola «riscatto» («io non l'ho mai usata») poiché questo termine evidentemente avrebbe comportato conseguenze negative per i missionari nelle zone difficili dell'Africa.

In aula è stato proiettata anche la conferenza stampa che il cardinale fece nel settembre 2020 all'indomani della decisione del pontefice di togliergli i diritti del cardinalato dopo che fu informato dai magistrati vaticani che c'erano articoli che stavano uscendo su un settimanale che parlavano di investimenti spericolati con i fondi della Segreteria di Stato e di come Becciu avrebbe agito per favorire la Caritas della diocesi di Ozieri (la sua diocesi di origine) nella quale opera anche la cooperativa Spes gestita dal fratello Tonino, per un ammontare di 100 mila euro. 

Infine in un passaggio il Promotore di Giustizia, Diddi citando uno scambio di messaggi tra il finanziere svizzero Enrico Crasso (imputato) e Becciu - nel quale si suggerivano articoli per campagne stampa contro i magistrati - ha chiesto una spiegazione. Il cardinale ha ricondotto tutto nell'alveo di una conversazione che andava contestualizzata al momento di smarrimento del finanziere: «Sì, la frase era mia, ma era un modo per dire a Crasso di difendersi come poteva». 

Ultimo aggiornamento: 19 Maggio, 08:06 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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