Il sequestro di Silvia: il Kenya respinge i nostri investigatori

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Il sequestro di Silvia Romano: il Kenya respinge i nostri investigatori

di Cristiana Mangani

ROMA C’è aria di tensione tra l’Italia e il Kenya sulla scomparsa di Silvia Romano, la giovane volontaria della onlus marchigiana Africa Milele, rapita quattro mesi fa nel distretto di Kilifi, a 80 chilometri da Malindi. Da quando è sparita, il Governo italiano ha chiesto già otto volte al paese africano di poter inviare un team di investigatori del Ros dei Carabinieri per partecipare alle indagini. Ma non è mai arrivata risposta. Silenzio assoluto. Così come è accaduto con l’omicidio di Giulio Regeni, anche questa volta sembra sia difficile raggiungere la verità. Mentre il tempo passa e aumentano le preoccupazioni per la sorte della ragazza italiana.

IL PREMIER
Dopo i primi blitz della polizia locale, qualche arresto e tanta confusione, da due mesi non si hanno più notizie. Tanto che circa una settimana fa è stato lo stesso premier Giuseppe Conte ad ammettere: «Stiamo seguendo il caso attraverso canali di discrezione: più che canali diplomatici è la nostra intelligence che ci sta lavorando. Posso dire che c’è stato un momento in cui sono stato confidente che si potesse avere un risultato positivo a portata di mano. I gruppi criminali sono stati individuati, ma non siamo ancora riusciti a venirne a capo e a raggiungere quel risultato per cui lavoriamo da mesi».
Insomma, nessuna notizia di Silvia, dove si trovi, tantomeno quale sia il suo stato di salute e le sue condizioni. Qualche giorno fa l’Italia ha nuovamente provato a insistere con il Kenya per potere inviare degli uomini sul campo. Il pm di Roma Sergio Colaiocco, titolare del fascicolo sul sequestro, sta lavorando sulle poche informazioni di cui è in possesso. Anche se le ultime notizie risalgono alla fine di gennaio, quando l’arresto di un alto ufficiale del Kenya wildlife service, il servizio parchi, di un sergente del Kws, Abdullahi Bille, e di suo fratello, hanno fatto sperare in qualche novità, visto che il gruppo era sospettato di legami con i rapitori. Le indagini si sono indirizzate verso la zona della contea meridionale del fiume Tana, un’area di 40 mila chilometri quadrati, impossibile da controllare. Si puntava alla collaborazione dei clan familiari dei pastori che ci abitano. Si è ipotizzato anche che Silvia potesse essere stata ceduta ai terroristi islamici che sono al confine con la Somalia. E qualcuno dei testimoni ha raccontato di averla vista ferita. Poi, è successo qualcosa di nuovo: il capo della polizia locale ha lasciato il comando delle operazioni. Dei tre ricercati su cui sono state piazzate delle taglie importanti, uno sarebbe addirittura morto mesi fa, ben prima del sequestro. E la stampa di Nairobi ha cominciato a diffondere strane informazioni sulla ragazza. È stata messa in moto una macchina del fango per delegittimare la cooperante italiana, che è arrivata a instillare dubbi sul lavoro che stava facendo in Kenya prima che venisse interrotto da tre criminali.

LE CALUNNIE
Inoltre, c’è chi, tra i media locali, ha fatto una ricostruzione cinematografica della vicenda e cioè ha sostenuto che Silvia sarebbe stata uccisa in uno scontro a fuoco tra i suoi rapitori e un gruppo di islamisti somali di al Shabaab a cui i sequestratori avrebbero voluto venderla. Una trattativa finita male, anche se nulla di tutto ciò è stato verificato. Così come l’accostamento dell’italiana a un non precisato traffico illegale di avorio. Ragione per la quale - hanno sostenuto alcuni giornali keniani - sarebbe stata in contatto con uno dei suoi rapitori che gli avrebbe inviato dei messaggi, chiedendo di essere pagato per una consegna dell’avorio. Tutte falsità che servirebbero più che altro a coprire l’incapacità degli investigatori locali africani.
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Mercoledì 27 Marzo 2019, 00:17






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5 di 6 commenti presenti
2019-03-27 13:18:16
Poteva starsene a casa o fare del bene qua in italia
2019-03-27 12:48:14
Se ci si reca in certi luoghi (peraltro sconsigliati dalla Farnesina) ci si assicuri o si smetta di voler andare a fare del bene che si potrebbe pure fare in Italia ma, certo, senza l'esotico profumo dell'assistenzialismo terzomondista
2019-03-27 11:18:18
Mano al portafoglio, signor Pantalone.
2019-03-27 12:56:03
lasciamo fare ai"kenyoti" o si dice"kenyani"? ke.ne.so (comunque un "crimine" andrebbe sempre perseguito nel luogo dove e' avvenuto altrimenti che estraderebbero a fare i criminali arrestati nei paesi esteri dove non hanno fatto alcunche') altrimenti mettiamo un caso il "processo" famosissimo "Guede'-vs-Kercher" lo facevano in "Costa d'Avorio" o in "Inghilterra" ? o anche "tanti" regolamenti di conti fra "stranieri"
2019-03-27 09:04:26
Ancora non abbiamo capito che il Kenia non e' l'Italia dove cani e porci possono venire qui e metterci il naso sugli affari polici. La ragazza lo sapeva che sarebbe stato rischioso andare in quei paesi tribali. Da quelle parti si' che sanno difendere i loro confini!