Crisi dell’elettrico, a un’auto green servono 6 volte le materie usate per quelle tradizionali: lo studio

Il rapporto di Intesa Sanpaolo

Mercoledì 6 Dicembre 2023 di Giacomo Andreoli
Crisi dell elettrico, alle aziende Ue mancano i minerali

La transizione energetica è indispensabile per l’Italia e l’Ue, ma c’è un problema sulle materie prime rare.

Si tratta di minerali che l’Italia e il resto del Continente non hanno in quote sufficienti. Da qui le criticità ad esempio per l’auto elettrica, con costi alti e produzione ancora limitata, ma anche dei rischi geopolitici crescenti, visti i competitor cinesi e statunitensi. È uno degli elementi che emerge dal report “Med & Italian Energy Report 2023”, presentato ieri al Parlamento europeo. È stato realizzato da Srm-centro studi (gruppo Intesa Sanpaolo), con il Politecnico di Torino e la Fondazione Matching Energies.

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LA DIPENDENZA ENERGETICA

«Per produrre un’auto elettrica - spiega il report - servono sei volte le materie prime critiche impiegate per un veicolo tradizionale a benzina». Secondo l’analisi, infatti, un’auto elettrica contiene in media 207 kilogrammi di minerali vari, tra cui grafite, rame, cobalto, nickel, terre rare, litio e manganese contro i 33,6 kg di un’auto tradizionale. Queste materie prime sono concentrate in un numero limitato di Paesi. Le quote più elevate riguardano il Congo per il cobalto (66%), l’Australia per il litio (54%), la Cina per la grafite naturale (65%) e le terre rare (65% e in Europa ne serviranno per 26 volte il volume attuale entro il 2050) e il Sud Africa per il platino (72%). Soprattutto i Paesi mediterranei hanno una disponibilità limitata di tali minerali e la domanda supera ampiamente la produzione. Questo fatto può «condannare» l’Italia ed altri Paesi europei a «nuove» dipendenze rilevanti. 

Per provare a evitarlo l’Ue ha proposto il Critical Raw Materials Act. L’obiettivo è raggiungere almeno il 10% di materie prime critiche estratte in Europa entro il 2030. In Italia il governo sta poi preparando un “piano miniere”. Si punta a riaprirle con un iter di massimo due anni per autorizzare le estrazioni e un anno per raffinare i minerali, mentre si taglia anche la burocrazia che grava sul riciclo e il riuso delle componenti dei rifiuti elettronici. Tuttavia, oltre ai tempi lunghi e alle incognite tecniche, c’è il problema dell’impatto ambientale di queste operazioni. Secondo Francesco Profumo, presidente di Fondazione compagnia di San Paolo e dell’Acri, «l’Ue ha un’occasione unica per riaffermare la sua leadership sulla transizione energetica, ma deve collocarla nell’area euro-mediterranea». In questo senso, dice il report, i «porti green del Sud Europa saranno sempre più strategici come hub energetici» e aumenterà «il ruolo dell’Italia di ponte tra Vecchio Continente e Nord Africa».
Per il resto, dal report emerge che tra le grandi regioni del mondo, l’Europa è quella con il maggior grado di dipendenza energetica (per il 55% dei consumi) ed al suo interno l’Italia si posiziona all’ultimo posto (la percentuale sale al 73,5%). In Cina la dipendenza è al 20%, negli Usa è nulla. L’Ue però, è la più efficiente nell’uso dell’energia e supera di gran lunga Pechino e Washington.

Negli ultimi vent’anni in Europa l’uso del carbone è diminuito dal 31% al 16%, mentre è aumentata la quota del gas naturale dal 12% al 20%. Le importazioni di gas russo sono però scese dal 41,1% del 2021 all’attuale 6%, con il conflitto Israele-Hamas che rimane sullo sfondo e può ancora causare nuovi shock energetici. Crescono poi le energie rinnovabili, passate dal 15% al 38%. L’Italia, secondo i dati di Ey, su questo fronte avanza, ma per raggiungere i target comunitari ora deve accelerare molto. 

Ultimo aggiornamento: 7 Dicembre, 00:43 © RIPRODUZIONE RISERVATA