Adriano De Grandis
OGGETTI DI SCHERMO di
Adriano De Grandis

Venezia 78, giorno 7. Martone, ridere è bello
Donbass e Far West: geometrie e morte

Mercoledì 8 Settembre 2021

Positiva giornata, si torna al sereno. Due film in Concorso convincenti, uno di derivazione partenopea, tra teatro e vita; l’altro incastrato tra le crudeltà della guerra del Donbass, teatro di morte. E fuori concorso un B-movie che si permette di rimescolare la storia di Billy the Kid.

Qui rido io” trova ancora Mario Martone sulle giuste e accordate sonorità del rapporto tra teatro e cinema, teatro e vita, continuando una sua perlustrazione, iniziata molto tempo fa con “Morte di un matematico napoletano” (1992) e proseguita, con digressioni più o meno apprezzate, fino a “Il sindaco del Rione Sanità”, tratto da una pièce di Eduardo De Filippo. Proprio Eduardo ci porta dentro il mondo teatrale e familiare di Eduardo Scarpetta, che di De Filippo fu padre illegittimo (al pari di Peppino e Titina). Autentico protagonista delle scene napoletane del ‘900, riconosciuto come assoluto padre del teatro partenopeo moderno, Scarpetta (che qui brilla della euforica interpretazione di Toni Servillo, autentico mattatore del film e una volta tanto appropriatamente sopra le righe) è padre e marito dispersivo e generoso (anche con le amanti) e ha un egocentrismo apparentemente umile.  Martone lo ritrae in una riuscita “confusione” tra palcoscenico e stanze di casa, nel baccano della rappresentazione pubblica e nelle gesta quotidiane, dove le asprezze dei rapporti (specie con i tre ragazzi De Filippo, soprattutto Peppino, il più irrequieto, a sua volta in disamore perenne con Eduardo) scavano un solco che minerà anche la sua creatività, culminata nella famosa querelle sulla parodia di “La figlia di Iorio” di D’Annunzio, qui rappresentato in modo tetro e grottesco. Martone firma un’opera sincera, appassionata e al tempo stesso dolente, con qualche intermezzo di ostentata ironia (il dialogo con Benedetto Croce), forse un po’ accademica, ma in grado di far rivivere un’epoca e una famiglia (allargata) che del teatro ha fatto vita e viceversa. E raccontando anche la storia della canzone napoletana. Voto: 7,5.

Di tutt’altra derivazione è la feroce, spietata e, al tempo stesso, splendidamente geometrica rappresentazione minimalista della guerra del Donbass, tra russi e ucraini, che Valentyn Vasyanovych, già vincitore di Orizzonti nel 2019 con “Atlantis”, porta in Concorso, con un film di due ore, nelle quali piani sequenza (a camera fissa, o in movimento) disegnano in modo orizzontale e circolare, una potente elegia funerea del corpo (sia esso sottoposto a crudeli torture, sia colpito da accidentali cadute da cavallo, sia assalito da cani e molto altro ancora), inteso come gabbia dell’anima. “Reflection” è un’opera ostica e violenta, a tratti insopportabile per l’esibizione di torture insistite, tra installazioni e narrazioni ansiogene (l’incidente sul mezzo blindato, il trapano che affonda su una gamba, la doccia ai prigionieri, la cremazione dei corpi), prediligendo a una lettura politica, un umanesimo disperato, come si evince anche dall’ultima bellissima sequenza a indovinello. E dentro la metafora del riflesso, contro cui va a sbattere distrattamente un piccione, c’è la consapevolezza che l’umanità sia ancora incapace di comprendere come l’amore per le cose e per la vita sia tutt’altro che percepita. Voto: 7,5.

Fuori concorso infine il cupo B-western “Old Henry” di Potsy Ponciroli, che porta il vecchio Henry del titolo, dimorato in un ranch isolato, senza moglie e con un figlio adolescente a carico, a trovarsi in casa uno sconosciuto moribondo, ricercato da tre uomini a cavallo, che si spacciano per sceriffi. In un contesto totale di ambiguità dove nessuno sa chi sia veramente l’altro (a cominciare perfino da Henry), c’è il tempo di approfondire un rapporto padri-figli nel pieno di una pericolosa tormenta di proiettili e una ricerca di identità (e la più sorprendente arriverà proprio alla fine). Un ritmo schietto: una casa, una collina, qualche cavallo e uno scontro a fuoco appassionante. D’altronde, come dice lo stesso regista, in America l’unica giustizia accettata da tutti, e da sempre, è quella sancita dalle pistole. Voto: 7.

Ultimo aggiornamento: 07:36 © RIPRODUZIONE RISERVATA