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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Venezia 76, giorno 9. Marsiglia, il Portogallo
e la "Famiglia". Bella la Marghera di Segre


Eh, niente. Dopo la prima settimana di fanfare, trombe, clacson, il Concorso stagna in una medietà a volte rassicurante, a volte deludente. Se la discesa è stata frenata, la risalita ai livelli dei primi giorni non c’è stata. E a un giorno dalla fine della competizione, il risultato è altalenante.
Non aiuta certo questo recupero l’ultimo film del francese Robert Guédiguian (“Gloria mundi”), che ci porta a Marsiglia per la nascita di Gloria e la scarcerazione dopo diversi anni del suo nonno, che ritrova la vecchia moglie Sylvie, ora felicemente riaccoppiata. Attorno a questo nucleo, arrivano le nuove generazioni con due figli (uno per marito) e compagni. Fedele al suo cinema, Guédiguian raccoglie attorno a sé ancora una volta gli attori-amici, la sua città, le sue coordinate. Ne esce un film abbastanza stanco, dolcemente appoggiato alle proprie sicurezze creative, dentro un dramma che sembra essere quello di un Ken Loach minore, ma assai meno per fortuna ideologico, dove l’umanità della gente più povera resta intatta, come la morale delle vecchie generazioni, al contrario dei giovani d’oggi che pensano solo al successo, al denaro, senza sacrificarsi. Un po’ troppo schematico, anche se sincero e con Ariane Ascaride, Jean-Pierre Darroussin e tutti gli altri interpreti che sono comunque sempre credibili. Ma forse è un regista che ha consumato tutta la sua forza, anche politica. Voto: 5.
Va appena un po’ meglio col melò portoghese “A herdade” (“La tenuta”) che porta la firma di Tiago Guedes. Diviso in due parti e aperto da una bella panoramica con truce sorpresa, all’inizio ci porta dentro il Portogallo del 1973, quando ancora il Paese è sotto la dittatura, poco prima della Rivoluzione dei garofani. Il proprietario terriero João vive sulla sponda meridionale del Tago, con la famiglia, la cui moglie è figlia di un generale. Quando la situazione politica crolla, gli viene chiesto di schierarsi, cosa che non fa, adeguandosi successivamente al processo democratico, essendo una persona più pratica che ideologica, mantenendo così il proprio potere economico, che col tempo tuttavia si sgretola. Nel finale, con un balzo nel 1991, i bambini sono diventati grandi e un segreto mina la serenità della famiglia. Guedes parte con uno sguardo dritto a “Novecento” di Bertolucci senza nemmeno sfiorarlo, ma finisce come in “Dallas”, in un melodramma troppo indugiato quando non serve e troppo corrivo quando sarebbe stato necessario spiegare meglio. La Storia resta in disparte, quasi lontana, perché in realtà Guedes mira a raccontare il Potere maschile (si noti il dolore di João per la morte del nascituro finalmente maschio), dove chi lo detiene trova sempre comunque un Potere più alto (la politica, negli anni ’90 la finanza con le banche). Ma il film non raggiunge alcun obiettivo in modo significativo, durando tra l’altro quasi tre ore. Voto: 5,5.
Fuori concorso si è visto “Il pianeta in mare” del padovano Andrea Segre, che racconta la storia di Porto Marghera dalla nascita sulla spinta del boom economico, fino alla crisi dei giorni nostri. Portandoci dentro la fabbrica, come forse non abbiamo mai visto, e sviluppando ricordi, nostalgie e intrecci politici, Segre fa vivere la materia soprattutto in modo trasversale, mostrando con intelligenza le persone che la animano ancora oggi (con la loro dimensione multietnica), anche negli aspetti e nelle mansioni meno attese. Aperto da un’affascinante danza di gondolieri sul canale davanti alla zona industriale e chiusa con la proprietaria della trattoria che canta “E dimmi che non vuoi morire” di Patty Pravo, dall’evidente significato politico, è uno dei documentari più toccanti sul Petrolchimico e uno dei lavori più riusciti di Andrea Segre, probabilmente il suo migliore. Voto: 7,5.
 

Venerdì 6 Settembre 2019, 07:36
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