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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Venezia 76, giorno 7. In terra o nell'infinito
l'orrore di una umanità attonita e grottesca



Scendono le temperature per fortuna, tuttavia senza il crollo pronosticato dal meteo; ma a franare in un giorno solo è il Concorso, con almeno due film da chiedersi cosa ci facciano in gara e un terzo, che con tutto il rispetto per la sua firma autoriale, ormai si potrebbe anche fare a meno di vederlo e scriverne lo stesso.
Cominciamo da “Guest of honour” (Ospite d’onore) di Atom Egoyan, regista armeno che vive da bambino in Canada. Negli anni ’90 è stato un autore di una certa importanza, firmando “Exotica”, “Il dolce domani” (forse il suo film migliore), “Il viaggio di Felicia”, dissolvendo purtroppo nel tempo la sua forza creativa, visto che da “Adoration” (2008) in poi, i risultati sono stati modesti. Come lo è quest’ultimo lavoro, nel quale, nei lunghi flashback che accompagnano il racconto, Veronica, un’insegnante di musica che dirige un’orchestra di giovani, spiega la sua vita con il padre Jim, al prete che dovrà officiarne il funerale. Costruito al solito attorno a un groviglio di incroci e di accadimenti, con una trama molto strutturata e dispersiva, Egoyan sviluppa l’ennesima storia dove il senso di colpa (di sé e degli altri) è ancora la linfa principale. Tra amori, tradimenti, rapporti edipici, segreti e delitti, il film, al contrario di un tempo, non trova quasi mai la sintesi e l’efficacia delle rivelazioni si sfalda velocemente, nonostante sia insita una tensione crescente. La sceneggiatura dello stesso regista squilibra la narrazione soffermandosi a lungo su particolari inefficaci, come dilungarsi per mezzo film sull’attività di ispettore sanitario nei ristoranti del padre, trascurando altre relazioni. Voto: 4.

Almeno Roy Andersson resta una garanzia col suo cinema concettuale, grottesco e surreale, molto nordico, raggelato in siparietti di tristezza comica. Il problema è che da lì non se ne esce mai e non solo per l’estetica. Cristallizzando ancora una volta la realtà, dove le figure umane si adeguano allo status inerte delle riprese (quasi sempre a inquadratura fissa), stavolta il regista svedese affronta in modo ancora più radicale ed essenziale (ma anche più debole) il senso della vita, nella sfida tra il rapporto dell’uomo con l’infinito (il titolo infatti è “Sull’infinito”) e quindi anche con Dio o la sua assenza, e la finitezza della cose umane, dai piccoli grandi rancori tra le persone, alla rottura dell’auto che ti lascia a piedi. Disossandoe slegando il racconto, senza ovviamente catturare mai una trama, Andersson conferma il suo sguardo attonito, caustico e irriverente, dove il punto di vista resta quello del piccione del suo film precedente, vincitore del Leone d’oro nel 2014, che stavolta forse si è messo a parlare (di chi è la voce di donna, che spiega ogni volta ciò che vede nella scenetta?). Il tutto resta apprezzabile, ma alla lunga mostra anche un’estetica a suo modo consumata, perché troppo ripetitiva, dal grigio cenere diffuso come fotografia all’essenzialità di cogliere più gli attimi della vita di ciascun personaggio, che non la stessa nel suo complesso. Va da sé che durata di appena 76’ resta un atout formidabile, al quale spetta immensa gratitudine, specie in zona festivaliera. Voto: 5,5.
Resta poco da dire su “The painted bird”, ultimo film in Concorso della giornata, a firma del praghese Václav Marhoul, che racconta il Novecento funestato dal nazismo e dalle guerre, attraverso gli occhi di un bambino (solo alla fine sapremo nome e discendenza), che assiste a crudeltà assolute e spesso visivamente gratuite (un gatto che lecca gli occhi strappati ad un uomo, stupri e carneficine varie), non risparmiate nemmeno allo spettatore, in bianco e nero e in praterie sconfinate. Va da sé che la durata di 169’ (quasi 3 ore) peggiora la situazione. E non alimenta la pazienza. Voto: 3.

 

Mercoledì 4 Settembre 2019, 07:34
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