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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Venezia 76, giorno 3. Polanski c'è
L'ambigua Napoli di Martone



Basterebbe la panoramica iniziale, così geometricamente solenne, a far capire che film sarà “J’accuse”. La spogliazione militare del capitano Alfred Dreyfus, avvenuta per alto tradimento con relativo confinamento nell’Isola del Diavolo, non codifica tanto il regolamentare gesto di espulsione di una spia per aver informato i tedeschi, quanto l’atto deliberatamente artefatto di una condanna perseguita dall’Alto Comando dell’Esercito francese verso un ufficiale, che tra le tante colpe inventate, aveva anche quella di essere ebreo. In quella breve, umiliante cerimonia emerge il disprezzo di un intero Paese, che Polanski, a più riprese, disegna fortemente razzista (bersaglio sono anche altre categorie), non solo nelle stanze del Potere, ma anche ai livelli più bassi della popolazione, come nella scena eloquente della salita di Dreyfus al tribunale, in mezzo a una folla quasi indemoniata.
Non fosse ancora presto, si potrebbe dire che il film è un serio candidato al Leone, anche se su di lui pesano ormai inevitabilmente, qualsiasi sarà il palmares finale, le dichiarazioni e le polemiche dei giorni scorsi della presidente di giuria, Lucrecia Martel. Polanski si attiene rigorosamente ai fatti (come scrive nella didascalia iniziale) e firma il suo lavoro più classico, rigoroso, perfino austero, rinunciando a qualsiasi scintilla autoriale, ma imprimendo alla storia (siamo a fine ‘800) uno sguardo spietato e feroce, un proprio “j’accuse” alla Francia, al pari di quello pubblicato all’epoca dallo scrittore Émile Zola. Un sistema di menzogne che Polanski smaschera, assieme all’ufficiale Georges Picquart che fu l’artefice della revisione del processo e anche dell’assoluzione successiva, dopo la grazia e soprattutto dopo l’enorme scandalo, più volte portato al cinema. Lo fa in modo implacabile, con una gestione esemplare dello spazio e un’espressività magnetica dei volti, dove affiora, come ai tempi di “Il pianista”, una inevitabile componente personale, che si nota anche nell’ultima, più perfida che amara sequenza, dove a pagare, nella rivalutazione dei ruoli, è ancora una volta l’ebreo, in quel mondo che stava cambiando, portando la Francia e l’Europa alla guerra e al nazismo. Perfetto il cast, da Jean Dujardin a Louis Garrel, fino al calligrafo Mathieu Amalric e a Emmanuelle Signer, amante di Picquart. Voto: 8.
Primo italiano in Concorso, “Il sindaco del rione Sanità” riporta Mario Martone al Lido un anno dopo il non troppo riuscito “Capri-Revolution”, con risultati più soddisfacenti. Partendo dal testo teatrale omonimo di Eduardo, aggiornandolo ai giorni nostri, il regista napoletano mette in scena il suo cinema migliore: quello ibridato assieme al teatro, che è l’altro suo palcoscenico nevralgico. Scomponendo il film in tre parti (come i tre atti della commedia), Martone ricostruisce un microcosmo della malavita, dove l’ambiguità è più forte della ferocia e le responsabilità individuali sono decisive, come nel rapporto padre-figlio, già presente nella commedia e molto a cuore, come noto, a De Filippo. Il “sindaco” è dunque un boss dei giorni nostri, tuttavia lontano da ogni cliché gomorristico odierno e forse questo è un lato che lascia qualche perplessità, perché la criminalità esce con codici e sentimenti, che oggi sembrano in realtà dispersi. Ma l’operazione è intrigante e gli attori, provenienti dal Nest (Napoli Est Teatro), straordinari, a cominciare da Francesco Di Leva (il sindaco Antonio Barracano), che potrebbe aspirare alla Coppa Volpi, capace di disegnare con una semplice, impercettibile smorfia il cambio di pensiero e di comportamento. E segnala ancora una volta Mario Martone come uno dei registi italiani più intelligenti nella messa in scena, soprattutto nella rilettura moderna di personaggi ed epoche storiche, da “Noi credevamo” a “Il giovane favoloso”, oltre ai suoi ultimi film passati a Venezia. Voto: 6,5.
 

Sabato 31 Agosto 2019, 07:34
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