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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Venezia 76, giorno 11. Joker vince la partita
Leone inatteso, alcuni premi sconcertanti



Joker, sì: proprio Joker. Clamoroso? No, ma inatteso di sicuro.
Diciamolo: nessuno avrebbe scommesso un euro e già era una sorpresa per molti che fosse in Concorso, anche se di sdoganamenti ne abbiamo visti tanti ormai. Men che meno con una presidente di giura come Lucrecia Martel, che sta dall’altra parte del mondo del cinema. E così dopo aver spinto negli ultimi anni i film verso la conquista degli Oscar, in uno sguardo sempre più consapevolmente rivolto alle major e alle star hollywoodiane, stavolta Venezia ha fatto prima: gli ha dato direttamente il Leone d’oro. Era già successo, pur nella diversità evidente dei registi, anche due anni fa con “The shape of water” di Guillermo Del Toro. Adesso la faccenda è ancora più scoperta e molti si chiederanno a cosa può servire un Leone d’oro a un film già destinato a spopolare al botteghino. Probabilmente a niente, ma il disegno delle giurie è sempre misterioso. E quindi Todd Phillips si porta a casa il suo Leone, non scandaloso (si è visto in passato di peggio...), forse più inopportuno se si considerano i festival come motore per il cinema che deve farsi largo nel cuore degli spettatori, dove “Joker” sarebbe arrivato senza fatica.
Questa vittoria imprevedibile oscura in parte altri due aspetti meritevoli di attenzione: il Gran Premio della Giuria al film di Roman Polanski (“J’accuse”) e la buona affermazione del cinema italiano, con due opere su tre nel palmarès. Polanski attaccato in apertura di Mostra dalla presidente Martel (che fece subito retromarcia) si prende la sua rivincita e a qualcuno viene il sospetto che altrimenti avrebbe potuto anche vincere il Leone, com’era forse più giusto, nonostante si parli di un regista enorme e di un ottimo film, ma non certo tra i suoi capolavori. L’Italia ha di che essere felice: Luca Marinelli si fregia della Coppa Volpi per la sua intensa interpretazione di Martin Eden, nel film di Pietro Marcello; Franco Maresco si vede assegnare il Premio Speciale della Giuria per “La mafia non è più quella di una volta”, il cui limite è di essere un bis di “Belluscone”, che i giurati, a parte Virzì, forse non hanno visto. E poi un film politico antimafia è chiaro che non può lasciare indifferenti, nonostante il suo regista (assente ieri sera e anche alla proiezione ufficiale) si ripeta nel suo percorso creativo.
Sconcertano altri riconoscimenti: il premio all’attrice francese Ariane Ascaride, passata in gara senza lasciare entusiasmo; la sceneggiatura al film d’animazione hongkonghese “No. 7 Cherry Lane” (il suo aspetto meno identificativo); la regia allo svedese Roy Andersson, già premiato nel 2014 col “Piccione”, all’ennesimo ricalco (ma si sa i registi vanno poco al cinema…), mentre è inattaccabile il premio al giovane attore Toby Wallace per “Babyteeth”, anche se forse era meglio premiare anche Eliza Scanlen, perché quel film vive per una coppia di protagonisti. Comunque è un palmarès che indica una precisa volontà politica (classi deboli, innocenti condannati, la mafia, Hong Kong, l’anarchico Martin Eden), sacrificando a volte artisti più meritevoli. E spiace che il film più spiazzante, “Ema” di Pablo Larraín, torni a casa a mani vuote, un destino al quale il regista cileno sembra non sottrarsi mai. Ovunque. E avrebbe meritato un minimo di attenzione, pur nella sua identificazione alleniana mai amata, il Baumbach di "Marriage story", dalla scrittura formidabile e dalla recitazione (Johansson, Driver, Dern eccetera) strepitosa. Ma le giurie sono spesso incompensibili, anche negli inevitabili compromessi. 
È stata una Mostra abbastanza buona, inferiore all’anno scorso e quest’anno anche a Cannes, che però ha presentato il suo miglior Concorso del decennio; ma le edizioni dei festival sono come le annate dei vini. Semmai è curioso notare, tendenza degli ultimi anni, come la prima parte del festival sia affollata di star e film che riscuotono affetto ed entusiasmo, la seconda assai meno e quest’anno in modo ancora più evidente. E Toronto non può essere una chiave di lettura soddisfacente; e comunque sarebbe limitata. Il cinema americano, dal ritorno di Barbera, ama Venezia e viceversa e questo lo si era capito; “Joker” è la conferma; ma forse da altrove non sembra sempre arrivare il meglio, quest’anno soprattutto, con scelte che forse avrebbero meritato più coraggio.
 

Domenica 8 Settembre 2019, 09:31
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