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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Venezia 75, giorno 8. Le radici del Male a Oslo
Un triangolo messicano nel segno del toro


Un dramma conflittuale familiare, una tragedia collettiva: i due film in Concorso di ieri passano dal Messico alla Norvegia con domande private e paure globali, con risultati altalenanti.
Il regista inglese Paul Greengrass si avventura sull’isola di Utøya, in Norvegia, dove nel 2011, il 22 luglio (titolo appunto del film “22 July”), un isolato nazista uccise, in due rapidi attentati, a Oslo e sull’isola dove era attivo un camp estivo di studenti, ben 77 persone, quasi tutte adolescenti. Contrariamente a un film analogo passato alla Berlinale lo scorso febbraio (“Utøya 22, Juli”), dove il regista Erik Poppe ricostruisce in un unico, acrobatico piano-sequenza tutto l’attacco, senza inquadrare mai il terrorista, privilegiando il fuoricampo, in una sorta di thriller teorico sulla paura, Greengrass sceglie di raccontare più il “dopo”, cercando di trarre spunto per una discussione sul perché e sul come si possano superare tragedie così enormi, sia al livello nazionale, che personale. Il film è una mezza delusione, perché riconoscendo fin qui a Greengrass la capacità come pochi di raccontare il caos sociale e politico attuale (“Bloody Sunday”, “United 93”, “Green zone”) e anche identitario (i tre “Bourne” da lui diretti), stavolta ci troviamo di fronte a un’opera, di marchio Netflix, convenzionale, stilisticamente impersonale, priva di quegli elementi tellurici che hanno caratterizzato il suo cinema. In più scegliendo due personaggi inevitabilmente stabili (il terrorista che rappresenta il Male assoluto, uno dei ragazzi feriti simbolo di tutte le vittime), non si addentra troppo nelle ambiguità e dilemmi morali che altri protagonisti avrebbero garantito, ad esempio l’avvocato difensore, “costretto” a difendere un assassino così barbaro; e invece purtroppo trascurato. Tratto dal libro “Uno di noi”di Åsne Seierstad, il film rimane comunque un interessante racconto corale di una Nazione ferita gravemente nei suoi ideali di Paese tra i più civili, vivibili e democratiche del pianeta, con alcuni momenti emozionanti, anche se di presa ovvia. Voto: 5,5.
In “Nuestro tiempo” invece il regista messicano Carlos Reygadas, sempre in Concorso, porta sullo schermo coraggiosamente una vicenda personale, dove nella campagna si allevano tori da combattimento. Qui la quiete di una coppia (Juan e Esther: lo stesso regista e la moglie) viene minata dall’ingresso di un terzo (Phil) con il quale la donna intreccia una parallela storia erotica, scatenando le reazione del marito. Reygadas illumina la vicenda con una regia che predilige il fuoricampo e la ricerca di uno sguardo sulla natura dell’amore, alternando scene di vita corale tra i campi a quelle personali nelle stanze di casa: ne esce un film, dalla durata di tre ore senza mai annoiare, con intensi momenti emozionanti, sospesi tra la natura selvaggia e l’animo umano, altrettanto aspro. Voto: 6,5.
Infine Fuori concorso arriva “Les estivants” (I villeggianti) ultimo film di Valeria Bruni Tedeschi che è esattamente come uno se lo aspetta: e non è un pregio. Siamo in Costa Azzurra, dove in una magnifica villa Anna (la stessa regista) affronta la rottura sentimentale con Luca (Scamarcio) assieme ai villeggianti che popolano la casa. Un continuo, disordinato e futile chiacchiericcio, dove la regista propone se stessa nel consueto personaggio sciroccato (al pari del resto dei borghesi presenti), non sapendo che esistono Rohmer e Assayas. Un cinema che gira da sempre attorno a se stesso, ma l’unico momento divertente è la faccia di Frederick Wiseman, membro di una film commission, quando la regista chiede un finanziamento spiegando il film che vorrebbe fare. Voto: 4.
 

Giovedì 6 Settembre 2018, 07:40