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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Venezia 75. giorno 6. Il tramonto di Nemes
sbiadito come il Van Gogh di Schnabel


Non poteva non capitare: dopo tanti film soddisfacenti, ecco una giornata in cui il Concorso traballa, non tanto per László Nemes, la cui opera seconda non è purtroppo strabiliante come la prima, quanto per Julian Schnabel, che porta il suo Van Gogh dentro al film più modesto per ora tra quelli in gara per il Leone.
“Sunset” opera seconda di un regista talentuoso che aveva sbalordito a Cannes tre anni fa con “Il figlio di Saul” è un film spiazzante, caotico, volutamente indecifrabile. Siamo a Budapest, nel 1913, a un anno dalla scoppio della I Guerra Mondiale. Irisz, giovane ragazza di ritorno nella capitale imperiale, cerca di farsi assumere come modista nel negozio di cappelli, un tempo di proprietà dei genitori deceduti da tempo. Respinta dal nuovo proprietario, si mette sulle sue tracce del fratello, cercando di far riaffiorare un passato assai misterioso, mentre fuori impazza la rivolta. Nel labirinto di personaggi e azioni che nascono e muoiono nel giro di brevi sequenze, a metà percorso di un film che dura le consuete 2 ore abbondanti, è chiaro che la narrazione non interessa più a nessuno, regista e spettatori. Fondando quindi il racconto su una fantasmatica ricerca, Nemes ripropone la stessa esuberanza estetica mostrata nell’opera d’esordio, restando incollato alla protagonista, in stile dardenniano, mentre attorno si agita tutto un mondo di spettri, come forse lo è la stessa protagonista. Ma se piazzarsi dentro l’orrore dell’Olocausto aveva la forza mostruosa della Storia più disumana (e quindi il fuoricampo e lo sfocato erano di per sé una dichiarazione di sguardo etico), qui il dramma in fieri della Guerra incipiente non riesce a reggere lo stesso compito. Alla fine la lettura allegorica si dimostra fragile proprio in quello stesso esaltante apparato estetico dell’esordio, tra solarizzazioni esterne e il buio degli interni, profondità di campo al minimo e piani-sequenza asfissianti, terminando la corsa a inseguimento di una verità, dentro la trincea della guerra già iniziata, per chi non avesse ancora capito il senso del film. Nemes si dimostra ancora regista ingegnoso, ma è già evidente il rischio di un’ossessione autoriale (sokuroviana), anche a costo di appesantire il racconto. Voto: 5.
Va peggio con “At eternity’s gate” (Alle porte dell’eternità), biopic su Van Gogh, che si destreggia con impensabile banalità negli ultimi anni della tormentata vita del fenomenale pittore, prima della sua morte ancora oggi controversa. Schnabel, già miracolato con un Gran Premio a Venezia per il mediocre “Prima della pioggia”, ma apprezzato soprattutto per “Lo scafandro e la farfalla”, mostra tutta l’infallibile banalità di riprendere un artista nel pieno della sua creatività, tra corse nei campi e sguardi alla natura e al cielo, oltre ai tormentati rapporti con l’umanità, in questo nemmeno aiutato dalla prova non irresistibile di Willem Dafoe (per tacere dell’insulso Gauguin di Oscar Isaac). C’è più sincera poesia nella celebre canzone di Don McLean (“Vincent”, nota anche come “Starry starry night”), che in due ore scarse di immagini standard codificate senza alcuna visionarietà, sottolineate da uno stucchevole, insistente pianoforte. Voto: 4.
Infine Fuori concorso Amos Gitai torna con un “corto” (“A letter to a friend in Gaza”) e un “lungo” (“A tramway in Jerusalem”) sui suoi temi cari della convivenza arabo-israeliana. Più articolato ovviamente il secondo (le tre religioni riassunte nei discorsi dei passeggeri del tram), sempre con un occhio alla speranza di pace, con il turista Almalric e il prete cristiano Pippo Delbono. Voto: 6.5.

 
 

Martedì 4 Settembre 2018, 07:40