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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Torino film festival 37/3. Tra falsi paradisi,
crisi esistenziali, registi e proiezionisti

Terza giornata, qualcosa si muove. Ma la sensazione di una annata “minore” per ora resta. A parte Onde, che oltre ad aver pescato bene altrove (Pardo e Orso d’oro), propone sempre qualcosa di stimolante. 

PARADISE di Davide Del Degan (After hours) – Un testimone di un delitto mafioso viene protetto grazie allo spostamento dalla Sicilia a Sauris, dove però, per un errore, arriva anche successivamente il killer, nel frattempo diventato un collaboratore di giustizia. Del Degan porta due solitudini obbligate a confrontarsi con sé e con l’altro; e ovviamente con un territorio completamente nuovo e sconosciuto. Una prima parte più problematica, che cerca di stemperare il dramma in commedia, ma una seconda, più cupa e angosciante, che apre a soluzioni inaspettate. Finale ambiguamente efficace. Voto: 6,5.
PINK WALL di Tom Cullen (Concorso) 
– Storia di una relazione tormentata. Sei anni di vita raccontati a incastro, dove ogni frammento (lungo) contiene in nuce tutta la sostanza di una coppia che si ama, si odia, si respinge, si desidera, tra baci, urla, amplessi e lacrime. Tutto schematico, tutto programmato, tutto incapace di uscire da una architettura-gabbia, che alla lunga sfianca. Voto: 4,5.
THE PROJECTIONIST di Abel Ferrara (Festa mobile)
– L’incredibile storia di un ragazzo immigrato da Cipro a New York, capace di costruire un impero gestendo sale cinematografiche nella Grande Mela. Un documentario appassionante che mostra come la condivisione di realtà diverse e la capacità di viverle assieme (il film inizia con il racconto di come le greci e turchi abitavano tranquillamente insieme nell’isola), favorisca lo sviluppo sociale. Gli anni ’70 rivivono in una luce smagliante di ricerca e desiderio, di entusiasmo e voglia di costruire, abbandonando ogni moralismo, come quello di dirigere sale per il cinema d’autore e a fianco quelle porno. Il risveglio di Ferrara (che ogni tanto entra nell’inquadratura). Voto: 7.
NE CROYEZ SURTOUT PAS QUE JE HURLE di Frank Beauvais (Onde)
– La crisi esistenziale di un regista, tra la campagna alsaziana e Parigi, tra gli amori e il cinema. Impressionante lavoro di montaggio, narrato in prima persona: un diario fluviale di immagini e parole, intervallate da brevi schermi neri, come cambio di data. Faticoso ma entusiasmante, stordente e catturante, non sempre condivisibile sul piano ideologico, ma ricco, tumultuoso, in continuo conflitto con il mondo e se stesso. Voto: 7,5.
LA GOMERA di Corneliu Parumboiu (Festa mobile)
-L’ispettore di polizia Cristi arriva alla Gomera, isola delle Canarie. I suoi superiori lo controllano perché credono sia corrotto. Deve imparare il linguaggio del Silbo, la lingua fischiata, in modo tale da liberare in Romania un mafioso e recuperare un bottino di milioni di euro. La conferma di uno dei talentuosi regista del sempre sorprendente cinema rumeno, che si inoltra nel noir, rileggendone i codici, i comportamenti, il linguaggio, attraverso la costruzione di sequenze che esprimono soprattutto se stesse, con uno strabiliante uso del sonoro, riflettendo sul cinema e sulla sua finzionalità, sulla funzione dei personaggi e sulla loro rappresentazione, sulla vitalità del cinema e sulla sua morte (il filmmaker che arriva nel momento sbagliato in cerca di una location), nel depistaggio della trama e nei consueti giochi di caustica irriverenza, così cari al regista, che scatenano ilarità e paradossi. Film teorico che ti porta nei sentieri segreti del cinema. Voto: 7,5.
 

Martedì 26 Novembre 2019, 17:23
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