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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Torino Film Festival 37/2. Tra piccoli passi
Vitalina Varela illumina la giornata e il cinema

La pioggia purtroppo insiste, per il momento nemmeno la sala regala momenti di entusiasmo. Seconda giornata al 37° Torino Film Festival.

IL GRANDE PASSO di Antonio Padovan (Concorso)
– Mario (Giuseppe Battiston) ha un sogno fin da bambino: costruire un razzo per andare sulla Luna. Vive nel Polesine ed è considerato il matto del paese. All’ennesimo problema creato, rischia il carcere. In soccorso arriva da Roma il fratello (di solo padre) Dario (Stefano Fresi), per risolvere la questione. Una favola leggera, che cerca di costruire anche una solidarietà tra due personaggi che non si sono mai frequentati, nonostante la parentela. Padovan si accontenta di personaggi come figurine risapute, ma ha il pregio di rimanere sulla soglia di uno sguardo caritatevole verso i sognatori. Finale adeguato, un piccolo film che sa di esserlo, tra un omaggio al mondo di Mazzacurati, impreziosito dalle musiche di Pino Donaggio. Voto: 6.
VITALINA VARELA di Pedro Costa (Onde)
– La capoverdiana Vitalina Varela arriva a Lisbona per il funerale del marito, emigrato molto tempo prima, quando è troppo tardi. Aveva atteso per 25 anni il biglietto aereo per raggiungerlo, ma non è riuscita nemmeno a partecipare all'ultimo saluto. Un’altra immersione nel quartiere lusitano di Fontainhas, tra personaggi che si incrociano di film in film, dove resta fantasmatica la messa in scena, ravvivata da luci taglienti caravaggesche e un’intensità esistenziale straziante. Radicale nella sua estetica di autore estremo, Costa firma un film magnifico, che come gli altri, entra nella pelle e raggiunge il cuore. Della vita e del cinema. Voto: 9.
NOUR di Maurizio Zaccaro (Festa mobile)
– Lampedusa, isola di sbarchi. Tra i tanti naufraghi in cerca di una terra, Nour ha perso il padre ucciso durante il tentativo di fuga e ora è anche senza madre. Il medico Pietro Bartolo cerca di tutti i modi di aiutare la ragazzina siriana a ritrovarla. Zaccaro si ferma al didascalico, dedicando quasi più tempo alla passionale professionalità del noto medico che non alla sua protagonista. Esteticamente convenzionale nel suo ritmo da fiction televisiva, non trova lo scatto per trovare un’originalità interessante, in uno scenario ormai molte volte sondato.  Alcuni personaggi come la giornalista sono fuori fuoco, ma si apprezza ovviamente l’importanza di ribadire il dramma umano e la tragedia che accompagna sempre questi viaggi della speranza. Voto: 5.
GREENER GRASS di Jocelyn DeBoer e Dawn Luebbe (After hours)
– Due amiche e le rispettive famiglie, in un mondo stupidamente e falsamente colorato, che nasconde ovviamente l’esatto opposto. Una commedia surreale, molto pop e simmetricamente perfetta, che si sgonfia dopo pochi minuti, quando il giochetto delle situazioni anticonvenzionali si ripete all’infinito. Ha due grandi problemi: non fa praticamente mai ridere e non sa infierire. Totalmente innocuo, insopportabile nella sua rappresentazione confetto, mostra un mondo più idiota che crudele, non trovando nemmeno il coraggio di farlo a pezzi. Voto: 2.
DIE KINDER DER TOTEN di Kelly Copper e Pavol Liska (After hours) – Nella Stiria si mangia e si beve, mentre un gruppo di turisti olandesi arriva in pullman per visitare la zona. Traducendo in immagini un romanzo di Elfriede Jelinek, i due registi firmano un film in 16 mm, muto, con didascalie e una colonna sonora dissonante tra il solenne e il grottesco, trasformando il paesaggio umano in una sorta di “zona morta”, dove gli zombi prendono il sopravvento. Prodotto da Ulrich Seidl (una garanzia negativa come sempre), dopo 10’ ha esaurito la sua forza e la sua sorpresa, teso a diagnosticare una società brutale e razzista, dove un gruppo di presunti poeti siriani si perde, confondendo Stiria con Siria. A suo modo coerentemente efficace, ma anche inevitabilmente insopportabile. Orgogliosamente dissacrante, ma in modo ambiguo e stancamente feroce. Voto: 4.

Lunedì 25 Novembre 2019, 15:09
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