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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Top 2017. È l'anno di una Personal shopper
Ma l'Italia brilla con A ciambra

Non è stato un anno memorabile forse, ma nemmeno così avaro di film che meritano di rimanere nella memoria. A ben guardare oltre alla top ten, qui di seguito, ce ne sono ancora tanti che meriterebbero una segnalazione, anche fuori dai primi 20. Quindi alla fine il 2017 si archivia con belle soddisfazioni, tenendo conto anche che ormai le visioni sono articolate e non più esclusività della sala. Bisognerebbe ricordare quindi anche i film apparsi direttamente su Sky o Netflix,  le serie tv, tra le quali ovviamente primeggia la terza stagione di “Twin Peaks”, evento dell’anno. L’Italia continua a dare sussulti interessanti, ma quasi sempre fuori dai circuiti più importanti: per trovare il meglio bisogna saperlo purtroppo scovare. Ma quest’anno almeno un film (e tre considerando i primi 20) è presente nella top ten. Buon segnale. Ecco dunque la classifica.

1 PERSONAL SHOPPER (Olivier Assayas) – Assayas non smette di sorprendere, contaminando il suo cinema con una sospensione fantasmatica, disturbante, aggressiva e con un personaggio che attraversa l’intero film, riassumendo le mille ossessioni di oggi: dalla paura di se stessi e degli altri, al desiderio di capire se la vita nasconda altro oltre a quello che vediamo e conosciamo. Una regia che osa e attraversa il confine tra materiale e immateriale, visibile e invisibile. Kristen Stewart definitiva icona funzionale a un cinema senza ormeggi. Il film dell’anno.

2 ELLE (Paul Verhoeven) – Il regista olandese, mai così feroce, ritrova l’indole dissacrante e spregiudicata dei suoi primi lavori: spoglia la borghesia di ogni abito illusorio e la inchioda a un continuo carosello di perversioni e ipocrisie, tra desiderio e violenza, fervente cattolica attratta dal sadomasochismo degli affetti e degli appetiti erotici. Una perfida black comedy sul crinale dello svaccamento. E ça va sans dire: Isabelle Huppert magnifica.

3 SIERANEVADA (Cristi Puiu) – Evviva il cinema rumeno. Tre ore chiusi in un appartamento per una veglia funebre, tra piani sequenza claustrofobici e un uso sensazionale del fuori campo, parlando di attriti familiari e grandi fatti del mondo. Un film sulla paura che nasce dall’intolleranza. Si ride spesso, ma il senso tragico è totale. Da Bach a Loretta Goggi, mentre si tenta di consumare un pranzo senza riuscirci, come i borghesi di Buñuel. L’idea dell’Europa unita mostra il suo cadavere.
4 UNA VITA (Stéphane Brizé) – Un melò straziante e spiazzante. Torbido, feroce, angosciato. Un’immagine chiusa nella visione in 4/3, una vita come un calvario continuo di illusioni infrante. Il tempo del racconto vive di elastiche vibrazioni e le ellissi della narrazione sono magistrali, mentre il montaggio porta a disconnessioni improvvise tra immagine e parola. L’esperienza tragica di una donna, moglie e madre, diventa il racconto di una umiliazione femminile da parte di maschi insensibili e crudeli.
5 ALLIED (Robert Zemeckis) – Echeggiando “Casablanca”, Zemeckis costruisce l’ennesimo viaggio tra verità nascoste, rileggendo i codici estetici dei generi. Spie, terribili sospetti, identità indecifrabili, tra impeti hitchcockiani e un finale pessimista, dove sul filo iniziato in “Se7en” Brad Pitt è chiamato nuovamente a prendere una decisione che lo vedrà comunque condannato. Marion Cotillard mostra il candore di un’ambiguità seducente e pericolosa.
6 SILENCE (Martin Scorsese) – Scorsese affronta, come non mai, la ricerca della spiritualità in forma materica. La potenza del film si esprime in una costante ieratica dell’immagine, dove più che la conflittualità tra le diverse religioni prevale la contrapposizione tra la parola degli uomini e il silenzio di Dio. Un senso radicale della violenza, esaltata dall’assenza della musica, dove la sacralità ha il peso degli oggetti dopo tradimenti, abiure, torture e martìri.
7 L’ALTRO VOLTO DELLA SPERANZA (Aki Kaurismäki) – Nel suo eterno acquario di un cinema che sa raccontare come gli ultimi e i più deboli siano sempre quelli che pagano di più, il regista finlandese spalanca ancora una volta le porte a una visione politica che senza slogan va dritta al cuore dei personaggi. La storia del giovane siriano Khaled diventa il paradigma morale e caritatevole di un mondo sempre più disperato e cattivo. Nella sua luce inconfondibilmente obliqua, in scenari fuori del tempo, sopravvivere è l’esercizio più estremo. Al solito: strampalato, poetico e di sublime comicità keatoniana.
8 DETROIT (Kathryn Bigelow) – L’America di ieri (anni ’60) che sembra quella di Trump. Dalla guerra alla guerriglia urbana, dove ancora e sempre il vero nemico è in casa. La rivolta black del luglio 1967 nella città Usa dell’auto diventa, tra le mura di un motel, lo scandaglio del pensiero malato di una società impostata sulla dominazione del più forte, rappresentato dall’esercizio di potere di pochi vigliacchi. In un confine ambiguo tra realtà e finzione, la Bigelow ancora una volta studia il terrore nelle sue forme più drastiche. Cinema puntualmente muscolare, tellurico, devastante. E bellissimo.
9 LA RUOTA DELLE MERAVIGLIE (Woody Allen) – Uno dei film importanti di Allen nel nuovo millennio. Sta in un contesto teatrale, tra Tennessee Williams e Eugene O’Neill, dove l’artificiosità della vita si riverbera nella cangiante, caleidoscopica fotografia di Vittorio Storaro. Coney Island. Anni ’50. Una spiaggia, un carnaio di umanità dove regnano l’inganno e il tradimento. Mostrando come il Male sia sempre a un passo anche dalle persone più insospettabili, incapaci di affrontare la vita nelle sue pieghe più sfavorevoli, la Ruota gira tra illusioni e catastrofi, crimini e misfatti. Senza un sorriso, il pessimismo regna. Kate Winslet magistrale.
10 A CIAMBRA (Jonas Carpignano) – A Gioia Tauro, tra comunità rom, capetti affiliati alla n’drangheta e immigrati, Carpignano dirige un film su un ragazzo gitano desideroso, con incontrollata euforia, di diventare adulto. Un’opera vivida ed emozionante, dallo sguardo documentaristico e privo di moralismi, che disegna una quotidianità complessa, dove anche le uniche relazioni sincere sono fragili. La conferma di un regista di talento, diviso tra l’Italia e l’America, che sa raccontare la vita più pericolosa. Con sincerità.
 

Venerdì 29 Dicembre 2017, 21:08
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