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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

The Irishman, l'elegia funebre di Scorsese
Il film definitivo sulla mafia americana


L’avvicinamento alla visione di “The Irishman”, ultimo film di Martin Scorsese, è stato piuttosto accidentato, quando non turbolento. Già nella sua complicata gestazione produttiva, alcune case di produzione avevano abbandonato il progetto per la lievitazione dei costi, necessari per l’operazione di ringiovanimento estetico-digitale degli attori; solo l’intervento economico di Netflix, salutato come sempre da frastuoni polemici, ha così successivamente permesso che il film potesse vedere la sua realizzazione, aprendo tuttavia a ulteriori aspre discussioni per la distribuzione, limitata a soli tre giorni (salvo occasionali e locali proroghe), e senza rilevamento del numero di spettatori in sala, prima di approdare definitivamente dal 27 novembre sulla propria piattaforma di streaming. A questo si aggiunga ancora la non chiara assenza come anteprima mondiale alla Mostra di Venezia per un ritardo di post-produzione, in seguito almeno apparentemente smentita dalla presenza immediata al successivo New York Festival, mentre a infuocare il dibattito già piuttosto ardente, sono arrivate anche le dichiarazioni del regista italo-americano sul cinema targato Marvel, seguito a ruota da altri, altrettanto illustri, colleghi, provocando irritazione soprattutto negli ambienti cinefili più giovani.
Ma veniamo al film. Frank Sheeran (l’irlandese del titolo), un veterano della II Guerra mondiale, ben introdotto negli ambienti mafiosi, accompagna il suo boss Russ Bufalino (Joe Pesci) al matrimonio della nipote a Detroit, apprendendo durante il viaggio che la ragione vera è un’altra e si collega all’amico di entrambi, il noto sindacalista Jimmy Hoffa (Al Pacino), caduto in disgrazia e già penalmente condannato. Partendo dalle cronache reali degli anni ’60-’70, scritto da Steven Zaillian attraverso il libro di Charles Brandt e raccontato in prima persona dallo stesso Sheeran (De Niro), il film è un fluviale racconto, di tre ore e mezza, evocato in tre momenti distinti, come sempre ben intersecati dalla montatrice Thelma Schoonmaker: la giovinezza con l’incontro tra Sheeran e Bufalino, la maturità con il viaggio appunto verso Detroit e infine la vecchiaia, con il quale il film inizia, attraverso un morbido piano sequenza che va a concludersi con un primo piano su De Niro, che inizia a raccontare, guardando in macchina, come fosse di fronte allo stesso Scorsese e a ogni ipotetico spettatore.
Il viaggio centrale che compiono Sheeran e Bufalino riflette il percorso che lo stesso Scorsese compie attraverso il suo cinema, così fortemente evocato, nel suo manifestarsi continuo, cantore principe della mafiosità e della malavita. Qui ne raccoglie ogni dettaglio, da “Mean Streets” a “Quei bravi ragazzi”, passando per “Casinò” e ovviamente tanto altro, in quell’agitarsi che è la vita di strada e di sparatorie, diventando negli anni sempre più un itinerario malinconico, dove il flusso della memoria si fa tormento esistenziale, per il vuoto che resta (la giovane infermiera oggi non sa chi fosse Hoffa…), elencato dalla lunga lista di morti, tutti in modo violento, come ricordano le didascalie che appaiono sullo schermo.
Raccontando così il Novecento della mafia, Scorsese narra anche l'essenza di un Paese contradditorio e perverso come l’America, dall’avvento dei Kennedy (anche loro irlandesi) alla Baia dei Porci, fino al Watergate di Nixon; e al tempo stesso quella fantastica stagione che è stata la New Hollywood, perché oggi niente è più così vitale, nemmeno la violenza, figurarsi il cinema. “The irishman” è quindi l’elegia funebre di un mondo crudele e brutale che si spegne nel silenzio (un po’ lo aveva fatto con gli yakuza anche Takeshi Kitano in “Outrage: coda”); un silenzio come quello della figlia di Frank, Peggy, che non ha voluto più parlare al padre, e che nel film rappresenta lo sguardo morale. Non mancano momenti esaltanti: una sparatoria fuori campo, mentre il piano sequenza va a chiudersi su una vetrina di fiori; l’eliminazione di Crazy Joe; il dialogo, in calda luce, con Tony Pro, in ritardo all’appuntamento; un altro dialogo, quasi tarantiniano, sul pesce comprato al mercato; l’uccisione dell’italo-americano alla tavola calda, in una doppia dinamica del prima (con il tavolo vuoto), e del dopo (uno dei momenti violenti come un tempo). Ma è anche vero che forse il film, nella sua verbosità, a metà un po’ si incaglia, ma è proprio perché Scorsese fa anche un discorso sul pensiero più che sull’azione e quindi si prende tutto il tempo che vuole. In definitiva “The Irishman” è un film sull’amicizia, sul tradimento, sull’ “it is what it is” (è quello che è, chiave decisiva di tutto), sui segreti, che resistono solo quando una sola persona resta in vita a conoscerlo, come spiega bene, nel finale, l’ultimo tentativo di sapere la verità sulla sparizione di Hoffa, che Frank Sheeran si porta nella tomba. Ovviamente magistrale, monumentale tutto il cast, compreso un luciferino Harvey Keitel. Cinema magnifico e definitivo, dominato più dall’idea della morte che dalla sua feroce rappresentazione, con quella porta socchiusa nel finale, dove chi ha marcato il potere nella vita rimane lì da solo ad attendere, impaurito, la fine di tutto, accompagnandola con le preghiere. Un film che solo Scorsese poteva raccontare. Voto: 8.
 
 
 

Martedì 5 Novembre 2019, 10:20
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