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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Star Wars, il Mito non vuole tramontare
La ruota di Allen è una meraviglia


Si riparte da lì, da quel meraviglioso isolotto chiamato Skellig Michael, dove Rey arriva per incontrare Luke e invitarlo a tornare. Così si chiudeva il capitolo 7, atteso con una morbosità planetaria oggi impossibile: vuoi perché la curiosità due anni fa era alimentata da un digiuno lunghissimo e vuoi perché il “Risveglio della Forza” si rivelò una sensibile delusione. Diretto da Rian Johnson, regista scoperto dalla Settimana della Critica a Venezia (era il 2005, il film “Brick”), il capitolo 8 (“Gli ultimi Jedi”) sembra avere due urgenze: riflettere definitivamente sul concetto di mito e chiudere i conti con il passato. Dopo la consueta battaglia spaziale iniziale, si perde tuttavia una buona ora dove a emergere in modo sempre più invasivo è lo spirito disneyano. Vero che alla saga l’ironia non è mai mancata, puntellata da alcune battute di C-3PO e ovviamente dall’Han Solo di Harrison Ford, ma qui la svolta più cartoonesca e ilare rischia di prendere il sopravvento, con un buonismo a volte fastidioso; e certo l’irruzione del nuovo, fumettistico personaggio di Benicio del Toro va in questa direzione.
Semmai è nella seconda parte che il film prende quota, lasciando alla fine più soddisfazione del capitolo 7. Proprio partendo da un tentativo di demitizzare ogni gesto eroico, contestualmente la storia comprende di non poter fare a meno della leggenda (e in questo è chiarificatore il finale), portando la riflessione sulla propria ragione di continuare a esistere come storia. Che i tempi siano cambiati è ovvio, lo si capiva già dal debutto di Kylo Ren (Adam Driver), icona pertinente del cattivo rispetto a Darth Vader in questi tempi odierni più fragili e contradditori. In tale logica i confini tra Bene e Male si fanno più ambigui, si finisce spesso dentro a una zona grigia dove le tentazioni di entrambe le sponde producono continui ribaltamenti dei personaggi e nuove agnizioni.
Ma la struttura conosciuta resta in piedi solida: ecco lo scontro generazionale, mai così attuale; la battaglia tra Resistenza e Primo Ordine regala ancora qualche sequenza memorabile (su tutte il finale sul deserto di sale che si macchia di rosso); se Leia accende l’amarezza per la scomparsa nella vita reale di Carrie Fisher (alla quale il film è dedicato nei titoli di coda), si consolidano le new entry di Finn (John Boyega) e Poe (Oscar Isaac), mentre il terribile Snoke non riesce ancora a essere convincente come Leader Supremo.
Ma è chiaro che molto vive sull’attrazione crescente tra Kylo Ren e Rey, sul loro legame sempre più stretto e pericoloso (bella la sequenza della discesa di lei nell’Oscurità). E mentre il passato sembra chiudersi (ma non del tutto), una nuova alba, che si annuncia in modo metatestuale, si affaccia in un’ultima immagine quasi spielberghiana.
Stelle: 3


LA RUOTA DI ALLEN E' MERAVIGLIOSA
- È sorprendente come all’età di oltre 80 anni Woody Allen trovi ancora la forza e la passione di fare cinema, raccontando (quasi) sempre le stesse cose, dinamiche di rapporti conflittuali, confusi, indecisi, imperfetti, dai toni spesso della commedia, con quella scarica di battute firmate, talvolta della tragedia, perché anche nelle realtà fittizie cangianti (come in questo ultimo “La ruota delle meraviglie), il lato oscuro ci mette un attimo a prendere il sopravvento.
Siamo a Coney Island, anni 50. Ginny è un’ex attrice che ora fa la cameriera. Ha lasciato il primo marito per unirsi al giostraio Humpty, che ha una figlia, Carolina, che è scappata dal marito gangster. Ginny si invaghisce di un giovane, affascinante bagnino (Mickey), che sogna di diventare commediografo e le promette amore, ma poi sposta il suo interesse sulla più giovane Carolina. A partire dalla prima immagine, un carnaio umano sulla spiaggia coloratissima, sovrastata dalla Ruota panoramica, in una scena open air già teatrale, com’è tutto il film, Allen mostra l’artificialità della vita e il senso metodico degli inganni e dei tradimenti. Così gli intrecci portano il racconto verso un epilogo quasi scontato, dove il pessimismo ormai cronico di Allen si riverbera stavolta nella straordinaria, caleidoscopica fotografia di Vittorio Storaro, che rispetto a “Café Society” fa esplodere i cromatismi accecanti, risaltando caratteri e situazioni che la luce modella a seconda del momento.
Dimostrando come il Male sia sempre a un passo anche dalle persone insospettabili, spesso governate da un’indolenza ad accettare la vita, Allen si destreggia dalle parti della tragedia greca e negli speculari, tormentati palcoscenici del citato Eugene O’Neill, dove ancora una volta mariti, mogli e umanità varia si scompensano producendo, tra illusioni e catastrofi, gli ennesimi crimini e misfatti. Senza un benché misero sorriso, gli attori sono bravissimi (Jim Belushi, Justin Timberlake e Juno Temple), ma la scena è dominata da una sempre più sbalorditiva Kate Winslet. Insomma, uno degli Allen da ricordare. 
Stelle: 3½

Venerdì 15 Dicembre 2017, 00:00
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