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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Sembra quasi Feydeau, ma è una rapina
La sindrome di Stoccolma sonnecchia


La sindrome di Stoccolma fu un termine coniato nel 1973 al termine di una rapina alla Sveriges Kredit Bank, durante la quale i 4 ostaggi ebbero un trasporto emotivo e affettuoso per il sequestratore, perché si dimostrò, durante quelle ore drammatiche, più sensibile e rassicurante delle forze dell’ordine. La famosa rapina ebbe una risonanza mediatica eccezionale per l’epoca, fu seguita con apprensione dal Paese con il fiato sospeso e durò quasi 5 giorni, durante i quali ostaggi e sequestrati rimasero intrappolati dentro il caveau della banca. A organizzarla fu un evaso dal carcere della capitale, che chiese come riscatto la liberazione di un altro detenuto, suo amico di cella, oltre alla possibilità di fuggire con un’auto assieme agli ostaggi, che di fatto non si realizzò mai, perché mediante l’uso di gas lacrimogeni all’interno del caveau, l’operazione di salvataggio ebbe successo. E gli ostaggi andarono a trovare in carcere i due sequestratori, grati di non essere stati uccisi durante le trattative.
Il film scritto e diretto da Budreau si apre con l’irruzione del malvivente nella banca al suono del Bob Dylan di “New morning”, che farà continuamente da colonna sonora, un’estemporanea spettacolarizzazione alla quale Ethan Hawke dà subito un impulso da gigione, mostrando una fragilità organizzativa e psicologica stupefacente per l’ardita impresa da compiere.
Romanzando gli accadimenti, Budreau si muove nell’ansia sincopata del thriller, comunicando una tensione palpabile, anche se si tratta di una vicenda vera e quindi dall’esito risaputo. L’heist movie diventa una specie di dramma da camera, dove tutto a un certo punto sembra perfino commedia, con quel gioco degli inganni, che sembra una rilettura criminale di una situazione di equivoci alla Feydeau, con porte (del caveau) che si aprono e si chiudono, ostaggi che si fingono morti, scambi di battute a chi si crede più intelligente tra malviventi e forze dell’ordine e politiche.
Dentro le stanze di quella banca, diventato un teatro dell’assurdo, si consuma l’inadeguatezza di tutti, ma anche del regista, che prende molte strade, senza mai una sicura. Se Hawke, come detto, dà fiato alla sua incontenibile verve istrionica, con cappello da cowboy e istinto cinefilo, Noomi Rapace disegna una temeraria impiegata, tra l’inevitabile paura e la sensazione di trovarsi di fronte a un uomo più sbandato che pericoloso, per il quale nutrire progressivamente addirittura affetto e speranza. “Rapina a Stoccolma” racconta così in modo troppo spigliato un evento drammatico che originò una speciale relazione che intercorre tra carceriere e prigioniero. Voto: 5,5.

 
 

Venerdì 21 Giugno 2019, 11:25
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