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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Polanski-Assayas e un noir venato d'ironia
Lady Bird, Dark Night e i giovani d'America


L’identità, l’ossessione che lega i personaggi fra di loro e con se stessi (il fatale doppio), il successo e il pericolo del fanatismo dei lettori affezionati, la crisi creativa, la fonte ambigua che unisce da sempre letteratura e vita, realtà e immaginazione: sono tanti motivi che rendono già avvincente “Quello che non so di lei”, l’ultimo film di Roman Polanski, chiusura dell’ultimo festival di Cannes, nonostante si tratti di temi non originali, probabilmente decomposti da tempo nelle pieghe di un cinema che segue piste consolidate. Sta dunque tutta nell’abilità del regista franco-polacco la tenuta di una narrazione che procede per sgambetti continui, alimentando con sottile perversione un rapporto tra due donne, che via via si dimostra tellurico; e sta ovviamente altrettanto nella sapienza della scrittura di un altro grande autore di oggi, Olivier Assayas, qui ancora chiamato a inoltrarsi nei misteri di presenze fantasmatiche, dopo le recenti esperienze registiche come “Sils Maria” e soprattutto “Personal shopper”, gioielli di un cinema contemporaneo che cerca l’insondabile.
L’ultimo libro di Delphine è stato un successo mondiale. Raccontava le vicende della sua famiglia e proprio per questo da tempo la scrittrice riceve lettere minatorie, ritenendola colpevole di aver messo in cattiva luce i suoi cari. In piena crisi esistenziale e soprattutto creativa (il nuovo romanzo stenta a prendere forma), incontra Elle, una ghost writer, che non è una fan come le altre. Le si affeziona, comincia a inoltrarsi nella sua vita, finché un giorno non si trasferisce nella sua casa. Nel costante nutrimento di Elle che si immedesima in Delphine (si veda la sequenza dell’incontro con gli studenti…), Polanski e Assayas firmano un noir venato di sottile ironia, con una tensione che non dà tregua e dove la domanda principale è sempre la stessa: cosa stiamo vedendo davvero? Va da sé che il resto lo fanno le due attrici, Emmanuelle Seigner ed Eva Green, che compongono il quadro di un’attrazione pericolosa con una storia di identità e verità minata all’interno da una soluzione che nel finale del film fa scoprire (probabilmente) le vere dinamiche tra le due donne.
Un film elegante e raffinato che di fatto diventa lo specchio femminile di “L’uomo nell’ombra”, tratto dal romanzo di Delphine de Vigan, che ha lo stesso nome della protagonista, ulteriori esempi lampanti di dualità: Polanski ha fatto certamente di meglio, ma anche qui scava nelle zone buie della personalità, con quella bravura seducente e malvagia di interpretare la realtà nelle sue forme più impenetrabili e cangianti, un gioco sottile e perverso con lo spettatore, attratto vertiginosamente da volti e comportamenti di personaggi che sembrano irrimediabilmente scissi col mondo che li circonda.
Stelle: 3½

LADY BIRD: COM'È DIFFICILE DIVENTARE GRANDI - 
Christine (Saoirse Ronan) è una giovane adolescente, che si fa chiamare Lady Bird e ha un rapporto contrastato con la madre. Vive a Sacramento, in California, e come tutti i ragazzi della sua età ha delle aspettative maggiori di quante probabilmente potrebbe averne.
L’esordio registico di Greta Gerwig, attrice feticcio e compagna di Noah Baumbach, non si discosta troppo da quel cinema indie problematico e verboso caro al regista newyorchese, ma cerca di trovare alcuni elementi originali in un contesto abbastanza usurato del romanzo di formazione, come ad esempio la complessità della relazione affettiva con la genitrice (un’ottima Laurie Metcalf), che non si abbandona alla routine orizzontale del contrasto. Ma nelle stazioni programmatiche, che passano ovviamente per il primo amore (con la scoperta di lui gay), la perdita della verginità, l’ambiente cattolico, il distacco definitivo dalla famiglia, l’abbandono del nickname, spunta un cinema che si fatica ad apprezzare e soprattutto ricordare, perché dettato ormai da una sintassi sundance intrappolante. Tra gli interpreti anche Timothée Chalamet, l’Elio di “Chiamami col tuo nome”. La Gerwig è candidata all’Oscar, una stupidaggine essendo la regia l’aspetto meno significativo del film. 
Stelle: 2½

DARK NIGHT: IL NUOVO ELEPHANT - 
Nel 2012 ad Aurora in Colorado un 24enne sparò in una sala cinematografica dove si stava proiettando “The dark night rises” di Nolan, uccidendo 12 persone. Tim Sutton lascia il dramma fuori campo e si concentra sul “prima”, registrando la vita quotidiana in una cittadina di provincia americana. C’è tutta la geometria assurda del Male, la distrazione di una vigilia che non sa cosa stia per succedere, le vite parallele in pericolo, ma è troppo evidente l’adesione al capolavoro di Gus Van Sant “Elephant”, che ha messo la parola fine da anni a queste ricostruzioni sulla follia delle armi. Comunque Sutton mette in scena una società malata, magari non cogliendo troppo i personaggi che la abitano, ma un clima di pericolosità latente che può sfociare più spesso dal silenzio.
Stelle: 3
 

Venerdì 2 Marzo 2018, 00:28
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