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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Più Fassbinder che Argento, Suspiria funziona
Assayas e l'amore digitale, Van Gogh incolore


Le streghe tornano. Per mesi non si parlò d’altro, con la preoccupazione che un regista ancora abbastanza divisivo, nonostante le ultime prove (“A bigger splash” e soprattutto “Chiamami col tuo nome”) avessero ristabilito una certa parità di giudizi, si fosse ambiziosamente avventurato nel violare il ricordo di un film intoccabile come “Suspiria”. Presentando il film tra timore e curiosità all’ultima Mostra di Venezia e ora nelle sale italiane, Luca Guadagnino sposta intelligentemente e radicalmente il suo sguardo sugli eventi nella scuola di danza che era al centro del capolavoro di Dario Argento. Non siamo più a Friburgo, siamo a Berlino ai tempi del muro (non a caso la scuola ne è a ridosso) e il fiammeggiante respiro, nonché la visionarietà dell’originale, scompaiono in una rappresentazione austera e plumbea (la cupezza degli interni, la copiosità della pioggia continua sulla città, in una ricostruzione dettagliata e convincente), cerebrale e non carnale, nella quale la magnetica Tilda Swinton è madame Blanc, l’istruttrice che dà lezioni alle ragazze, tra le quali si distingue la Susie Bannon di Dakota Johnson.
In un film quasi totalmente di donne, si direbbe di discendenza schiettamente fassbinderiana, Guadagnino evapora il genere, sconfinando nell’horror soltanto nell’ultima mezzora (ed è la parte più slabbrata, quella dove il regista palermitano sembra essere meno a proprio agio), in un’ambiziosa lettura del Male nella Storia, interrogandosi sul concetto di Colpa personale e collettiva e sul concetto di Memoria (occhio che dopo i titoli di coda, c’è una brevissima scena aggiuntiva, che suggerisce un’interpretazione suggestiva): non più quindi l’innocenza perduta dell’adolescenza com’era in precedenza con Argento, ma la devastante azione sotterranea delle forze negative che si esprimono con la violenza e che portarono al nazismo (la Storia passata) e il terrorismo (la Storia attuale, siamo ai tempi della Baader-Meinhof).
Attingendo a un’atmosfera costantemente inquietante, divorata dal dubbio e dall’inconscio, Guadagnino forse mette troppe cose dentro alla sua rilettura (il film è tutt’altro che un remake, pur partendo da sollecitazioni della trama precedente: ed è questa la sua forza) e troppo tempo nell’elaborale (la prima parte sembra racchiudersi dentro la proprio messa in scena), ma il film resta comunque un’operazione affascinante, interessante proprio perché cerca di essere il più possibile autonoma, andando in una direzione opposta a quella originale.
Il cast si completa con Chloë Grace Moretz, Mia Goth e Jessica Harper, ma la vera mattatrice è Tilda Swinton, che copre altri due ruoli, soprattutto quello stupefacente di Josef Klemperer, uno psicologo ancora tormentato per la scomparsa della moglie durante il nazismo, come rilevante è la colonna sonora di Thom Yorke, voce solista dei Radiohead.
Stelle: 3



IL GIOCO DELLE COPPIE: L'AMORE NEL TEMPO DIGITALE - Olivier Assayas si dimostra ancora una volta regista intelligente e soprattutto primario esegeta della contemporaneità, confermando anche con “Il gioco delle coppie” una brillantezza nella scrittura e una capacità di cogliere lo spaesamento del vivere odierno. Stavolta siamo a Parigi, dove uno scrittore ossessionato dall’autobiografia cerca di convincere il suo editore a stampare il suo ultimo libro, in realtà piuttosto restio, al contrario della moglie, che non a caso ha una relazione con lo scrittore.
Assayas giostra con mirabile arguzia ed effervescenza una collana di dialoghi interminabili tra vita e letteratura, analogico e digitale, stampa e tablet, realtà e finzione, dimostrando che gli elementi cambiano, ma la sostanza dei rapporti tra le persone resta immutata, minati da tradimenti e segreti. Se è un po’ compiaciuto nella descrizione dell’ambiente intellettuale della capitale, rimane l’ennesima lezione di un cinema che sa raccontare lucidamente la vita. Il cast si adegua brillantemente, dove a primeggiare è come sempre la fedele Juliette Binoche, qui anche oggetto di una battuta metalinguistica. Peccato solo il titolo italiano (in originale “Doubles vies”), brutto di suo e che echeggia un vecchio programma tv, di tutt’altra natura. 
Stelle: 3½

VAN GOGH: PITTORE TI VOGLIO FILMARE (MALE)
- Il biopic su Van Gogh si destreggia con impensabile banalità negli ultimi anni della tormentata vita del fenomenale pittore, prima della sua morte, ancora oggi controversa. Julian Schnabel mostra infallibile superficialità nel riprendere un artista nel pieno della sua creatività, tra corse nei campi e sguardi alla natura e al cielo, oltre ai tormentati rapporti con l’umanità, con un non irresistibile Willem Dafoe (da altri apprezzato), per tacere dell’insulso Gauguin di Oscar Isaac. C’è più sincera poesia nella celebre canzone di Don McLean (“Vincent”), che in due ore scarse di immagini standard, sottolineate da uno stucchevole, insistente pianoforte. 
Stelle: 1½

 

Martedì 8 Gennaio 2019, 09:27
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