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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Nel nome dell'amore: un Guadagnino al top
Downsizing: l'umanità si fa piccola, il film pure



Ci sono diverse sequenze notevoli che fanno di “Chiamami col tuo nome” di Luca Guadagnino un film importante, emozionante, sensuale, esteticamente rilevante.
La prima è un piano sequenza che si svolge attorno al monumento dei caduti nella battaglia del Piave: i due protagonisti (l’adolescente Elio e il giovane studente americano Oliver, quasi una decina d’anni più maturo) per la prima volta affrontano scopertamente il tema della loro attrazione e Guadagnino li segue nell’elastico movimento, in un continuo avvicinarsi/allontanarsi che detta una coreografia di corteggiamento dei corpi, che si cercano eppur si temono; la seconda vede Elio seduto al pianoforte, in una stanza dove Oliver fa capolino e chiede di suonare una melodia di Bach: sono entrambi a torso nudo (siamo nell’estate 1983) ed Elio, in modo civettuolo, si diverte a infastidire l’amico, per poi accontentarlo quando meno se lo aspetta, costringendolo a rientrare in scena.
E ancora: Elio che chiama disperato la mamma dopo l’addio alla stazione, perché c’è sempre una stazione d’addio in ogni “breve incontro” e un adolescente 17enne che vorrebbe quasi morire per questo distacco non può che chiamare la mamma; Elio che tiene a stento le lacrime dopo la telefonata con Oliver tornato a casa sua e ormai irrimediabilmente perduto, mentre ciò che accade alle sue spalle nella stanza è opportunamente fuori fuoco, perché distante e di nullo interesse; e soprattutto il commovente (quasi) monologo del padre sul senso della vita e dell’amore, che spiega al figlio come sia un privilegio provare certi sentimenti, anche se lasciano ferite. Ci sarebbe ancora qualcos’altro che meriterebbe l’evidenza, come il gioco erotico con la frutta e la campagna lombarda illuminata dai colori caldi di Sayombhu Mukdeeprom, lo stesso di Apichatpong Weerasethakul, ma basta per capire quale marea di sentimenti e scoperte di sé il film riesca a distillare con rara sensibilità da un romanzo di André Aciman trasportato nella provincia lombarda, scritto con il tocco riconosciuto d’eleganza da James Ivory.
Chiamami col tuo nome: e forse non è un caso che le lettere che compongono il nome Elio siano presenti in Oliver, come una specie di anagramma imperfetto, che l’amore fa combaciare solo per qualche giorno, percorso di crescita nel capire chi si è nella vita, come si ami, cosa si desideri.
Vero: Guadagnino è un regista controverso che ha spesso sollevato reazioni contrastanti. Succede anche stavolta, nonostante “Chiamami col tuo nome” rappresenti la conferma forse definitiva di un talento in costante crescita. E pazienza se anni fa ha firmato anche “Melissa P.”, errori se ne fanno. Ma qui, lavorando sui segni profondi che marcano il tempo e la memoria che vibrano nella carne e nello spirito, al regista palermitano riesce un’opera di invidiabile finezza psicologica, dove il lessico cinematografico si sposa in modo armonioso con una storia di identificazione omosessuale, malinconicamente straziante come le ballate di Sufjan Stevens, che arricchiscono il film.  Non si tratta, come affermano i suoi fan della prima ora, di corse affannose per salire sul carro del vincitore dopo le nomination all’Oscar, soprattutto quella per il miglior film assoluto (si parla principalmente in inglese, con parentesi francesi e italiane, devastante in questo averlo doppiato tutto in italiano…), privilegio che all’Italia non accadeva dal 1999, con Benigni e la sua “Vita bella”. Al contrario è il giusto applauso a un regista che non aveva mai convinto troppo in passato e che ora invece ha firmato un film così bello da far male, tra Bertolucci (come non pensare soprattutto a “Io ballo da sola”?) e Techiné (come non pensare al suo candore dei corpi?) , con un bravissimo Timothée Chalamet (Elio, in corsa anche lui per l’Oscar) e un non da meno Armie Hammer, l’oggetto del desiderio.
Stelle: 4

DOWNSIZING: L'UMANITA' SI FA PICCOLA, IL CINEMA ANCHE - Rimpicciolirsi, fino quasi a scomparire. “Downsizing” è la storia di un ridimensionamento fisico collettivo, che consente all’umanità di ridursi sensibilmente, diventando piccola come soldatini, in modo tale da “costare” meno al pianeta e anche a se stessi, potendosi così permettere lussi un tempo impossibili. Il trattamento di massa ha così successo che sempre più persone corrono in speciali centri per la “correzione”, prima di essere destinati a mondi paralleli costruiti su misura. Ma l’ennesima ricerca della felicità nasconde come sempre nuove insidie.
Tra gli umani che aspirano a diventare mignon ci sono Paul Safranek (Matt Damon) e la moglie Audrey, che sono di Omaha (città natale del regista), solo che al momento del passaggio a mini, accade qualcosa di inaspettato. Da lì la vita di Paul cambia gli orizzonti e intreccia nuove conoscenze: quella chiassosa di Dusan (al solito un macchiettistico Christoph Waltz), dell’amico Joris (Udo Kier), e di una detenuta politica fuggita dal Vietnam (la bravissima Hong Chau), che ha perso una gamba e ha l’ossessione del volontariato.
Purtroppo l’umanesimo malinconico e patetico di Alexander Payne trova qui la sua pagina quantomeno più confusa. Tra dramma e fantamedicina, commedia ed ecologismo, il mix spreca troppi temi, specialmente nella seconda parte, quando la deriva new age controlla male un finale, dove banalmente l’amore e la solidarietà sono le armi di sopravvivenza del Pianeta, di fronte all’ennesimo annuncio della fine del mondo. Alexander Payne, quattro anni dopo “Nebraska”, sfrutta un pensiero bizzarro ma non così originale come potrebbe sembrare e non riesce a ricavarne qualcosa di altrettanto singolare, soprattutto convincente. Saltando da “Radiazioni BX: distruzione uomo” a “Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi”, il film, inutilmente sopra le due ore, si affloscia assai presto: la superficie melensa porta i contenuti a essere risibili, il luogo comune (Dusan è ovviamente uno slavo, per dire) impera. E non basta dimostrare che a misura normale o ridotta, l’umanità ha sempre gli stessi problemi e le classi sociali si mantengono inalterate, dove i poveri comunque restano poveri. 
Stelle: 2
 
 

Venerdì 26 Gennaio 2018, 09:17
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