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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Le verità, Deneuve e le orgogliose bugie
Manta Ray, fascino e mistero nell'incanto



C’era apprensione, specialmente dopo aver conquistato la Palma d’oro l’anno scorso con “Un affare di famiglia”, per il primo film fuori dal suo Giappone del grande regista nipponico Kore-eda Hirokazu, narratore infaticabile di storie familiari e contesti sociali attraverso uno sguardo lucido, appassionato e rigoroso, non rovente, ma nemmeno placido. E con uno stile mai invadente. Dal Giappone a Parigi, infatti, uno rischia di perdersi, anche a quasi 60 anni, perché passare dal cuore delle case asiatiche, con le loro cadenze, ritmi e comportamenti, a quello delle famiglie occidentali, con le loro nevrosi, egocentrismi e rimpianti, specialmente se intellettuali e artistiche, il percorso non è semplice.
Invece “Le verità” ha aperto in modo soddisfacente l’ultima Mostra di Venezia e adesso arriva in sala. Anche qui le star non mancano, da Catherine Deneuve a Juliette Binoche (ed Ethan Hawke, anche se conta meno). Siamo a Parigi e le due dive sono madre e figlia. La prima è un’attrice affermata, la seconda una sceneggiatrice in cerca di affermazione. Si rivedono dopo tanto tempo per la pubblicazione del libro di memorie di Fabienne (Deneuve), che induce Lumir (Binoche) a tornare in Francia da New York assieme alla figlia e al marito (Hawke), debole interprete di serie tv americane. Va da sé che tale rendez-vous si trasforma ben presto in una battaglia sofisticata di acide rivendicazioni.
Kore-eda non disperde fortunatamente la costruzione narrativa armoniosa delle sue opere migliori, che a molti sembra echeggiare lo stile dell’immenso Ozu, ma è anche intelligente a non omettere il gusto della commedia francese, fatta di ironia e frivolezza. Non solo: il film incorpora, metalinguisticamente, un risvolto parallelo sul set, dove Fabienne è impegnata. A queste figure si sommano altri personaggi, che entrano ed escono dal film con sobrietà, compreso il fantasma di Sarah, un’attrice giovane morta anni prima, mentre recitava assieme a Fabienne e sulla quale scomparsa l’attrice avrebbe avuto il suo peso.
Kore-eda ragione sul concetto di verità, attraverso geometrie riflettenti, non solo nell’apporto finzionale del set, ma anche sull’ambiguità che regna nei rapporti familiari, che viaggiano sistematicamente sulle bugie, perché come Fabienne spiega bene a Lumir, che rimprovera alla madre di essersi inventata, nel libro, vicende del passato mai avvenute, “la verità non appassiona”. Di sicuro non originalissimo, ma scritto in modo impeccabile, il film è una prova esemplare di bravura attoriale, con la Deneuve che furoreggia dall’inizio alla fine, dove forse l’ultimo specchio è quello che rivolge a se stessa. Voto: 7.



MANTA RAY: CORPI E ANIME, TRA MARE E FORESTA -  Un film di grande fascino e mistero.  Inafferrabile, silenzioso, che parla di vivi e morti, di gente che prende il posto di altre persone, di una tragedia che si consuma nella seconda metà degli anni ‘10 (quella dei Rohingya, ai quali il film è dedicato, gruppo etnico islamico, che vive nel Nord del Myanmar, oggetto di repressioni continue). Un giovane pescatore trova un uomo ferito: lo soccorre e tra i due nasce un’amicizia molto intensa. L’uomo ferito non parla, il pescatore invece d’improvviso sparisce.
La radicalità dello sguardo e la magia della messa in scena, tra le foreste thailandesi che sembrano abitate più da fantasmi che da animali pericolosi, fanno di “Manta Ray” il precipizio ciclico della vita, che il regista illustra in una sensualità di corpi, in una visione ipnotica e cangiante, dove il reale si spossessa di ogni solido legame e sfocia in una dimensione onirica e liquida. Siamo dalle parti di Apichatpong Weerasethakul, di quel cinema ebbro della natura, dei lamenti di una terra sovrana tra luciccanze eterne, dove si raccontano favole incomprensibili e seducenti, mentre negli abissi ondeggiano le mante. Fatevi rapire, ne sarete stupefatti. Voto: 7½.
 
 

Venerdì 11 Ottobre 2019, 10:04
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