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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Le Mans '66, la sfida sbanda ma resta in pista
Baumbach ha sempre una parola in più


È dal 1923, siamo quindi prossimi al secolo di vita, che si corre la 24 ore di Le Mans, in Francia, una gara di durata automobilistica, dove a vincere è la scuderia che ha compiuto il tragitto più lungo su un circuito di 13 chilometri, nel tempo appunto di una giornata, alternando ovviamente i propri piloti. Il cinema ha ovviamente attinto da questa incredibile sfida e la versione più famosa è quella del 1971, firmata da Lee H. Katzin (in principio John Sturges), dove l’attore principale era Steve McQueen. Stavolta siamo nel 1966, come dice il titolo italiano, e tutto si concentra sullo scontro tra la Ferrari e la Ford, come sottolinea il titolo originale (Ford v Ferrari). Carrol Shelby (Matt Damon) è un ex pilota costretto all’abbandono della pista per problemi di cuore, oggi progettista. Viene ingaggiato da Henry Ford II, all’epoca numero 1 dell’omonima casa automobilistica, per costruire un’auto capace di interrompere il dominio ferrarista, da 6 anni incontrastato. A Shelby non resta che contattare il pilota amico Ken Miles (Christian Bale), per riuscire in questa impresa, ritenuta all’epoca assai impossibile: nasce così, dentro il progetto GT40, la mostruosa vettura denominata Mk II. E la sfida si infiammò.
James Mangold, regista non privo di talento ma anche discretamente discontinuo, da “Cop Land” a “Logan – The Wolverine”, forse il suo film migliore, firma un’opera che sta sul crinale tra il lato intimistico e quello più spettacolare, non sempre dosando le alternanze e forse rinunciando anche a un quadro d’epoca, con quegli anni ’60 un po’ in disparte. E se lo scontro titanico tra i potenti Ford e Ferrari (Remo Girone) si limita a una rappresentazione didascalica e superficiale della coppia, il film dà il meglio di sé ovviamente in pista, dove la musica di Marco Beltrami sorregge ritmo e velocità (ma è convincente anche nei momenti più soft) e negli scompensi di un’amicizia che nasce dalla voglia di conquistare la vita, attraverso bravura e sacrificio, purtroppo costantemente minata dalla supponenza del potere, come il malinconico finale dimostra, anche quando le persone ritenute irascibili e contrarie a ogni compromesso, si accendono di una umanità non ricompensata.
Siamo dalle parti di “Rush” di Ron Howard, che però era riuscito a stare più dentro la vita e la corsa. Qui è tutto più calcolato, dai momenti più gigioni a quelli frenetici; ma Mangold sa ben governare l’emozione improvvisa, come quando in pista all’ombra della sera,  Ken spiega al figlio com’è la vita. Ad alta velocità. Voto: 6.


STORIA DI UN MATRIMONIO
- Non è certo originale Noah Baumbach: non lo è mai stato. Partito da Brooklyn sulle orme di Woody Allen e smanioso di fotocopiarne location, ambienti sociali, scrittura, senza averne ovviamente il medesimo talento, continua programmaticamente nel suo cinema verbosamente martellante, dove inserire a più riprese puntuali battute ironiche e sarcastiche, provocando la risata, ma raramente evitando la superficie delle cose. Anche qui il canovaccio (autobiografico?)  non si discosta da una storia che racconta una separazione di una coppia di artisti, con figlio, che sfugge di mano ai due protagonisti, grazie anche all’intervento degli avvocati. Lungo oltre due ore (ma erano necessari anche i due lunghi siparietti canori nel finale?), sfiancante nella sua tumultuosa prolissità, “Marriage story”, che pure è il suo miglior film, ha il climax nel violento scontro tra marito e moglie, quando pensano di risolvere facilmente la questione evitando gli avvocati. Puntuale finale amaro. Nel cast brillantissimo (Scarlett Johansson, Adam Driver, Ray Liotta, Alan Alda), spicca una fenomenale, pirotecnica Laura Dern. Voto: 6,5. 
 

Giovedì 14 Novembre 2019, 22:54
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