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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

La ciclicità del cinema di Jia Zhangke incanta
ma la meraviglia è il tennis di John McEnroe



Il cinema del regista cinese Jia Zhangke (Leone d’oro a Venezia con “Still life”) da sempre è innervato dalla necessità di raccontare la trasformazione epocale della Cina negli ultimi decenni, dove il passaggio da una realtà rurale a quella di una modernizzazione estrema ha assalito paesaggi e culture. In questo Jia Zhangke esprime una ciclicità dei racconti e dei personaggi, spesso colti in fasi storiche diverse, mostrando quel progressivo, radicale cambiamento e inserendolo all’interno di vicende familiari, amorose, conflittuali.
Anche “I figli del fiume giallo”, presentato a Cannes l’anno scorso e sezionato una volta di più in tre momenti temporali distinti (2001, 2006, 2018), è un percorso sociale e politico attraverso una storia di un amore tormentato, dove amarsi e perdersi, cercarsi e illudersi è un perenne oscillare dei sentimenti, mentre tutto intorno cambia. Qiao (una bravissima Zhao Tao) è la donna del boss Bin. Salvandogli la vita durante un’aggressione, Qiao finisce in prigione per 5 anni. Al suo ritorno si mette a cercalo, ma lo trova legato da tempo con un’altra donna: lui le spiega di essere cambiato e che niente è come prima. Il tempo passa e qualche anno dopo è invece Bin a rifarsi vivo: un ictus lo ha ridotto in sedia a rotelle, ma la mente è rimasta intatta. I due tornano assieme, sembra finalmente svilupparsi serenamente la loro storia d’amore, ma Bin alla fine sparisce di nuovo.
Nella cronologia temporale che serve a Jia Zhangke a spiegare il flusso delle azioni, il cambiamento di un Paese, di una relazione e a riassumere quelle che sono le sue coordinate privilegiate, si agganciano anche i suoi film precedenti, da “Unknown pleasures” a “Still life”, nonché i luoghi che li hanno animati, lo Shanxi e la zona delle Tre Gole, conferendo a questo ultimo lavoro un valore quasi enciclopedico. Tuttavia in questa urgenza di restare fedele a sè stesso, in questo “I figli del fiume giallo” mancano forse i dettagli forti, la congiunzione di linee narrative e storiche che appassionino sul serio, come nei suoi lavori precedenti, da “Platform” a “Al di là delle montagne”. Non mancano tuttavia scene che toccano il cuore: la scena dell’aggressione dei motociclisti; il dialogo tra Qiao e la nuova compagna di Bin; lo straziante colloquio nell’hotel tra Qiao e Bin quando tutto sembra finito; e qualche digressione bizzarra come il personaggio millantatore nel treno e la visione notturna di possibili ufo nel cielo.
Sottraendo ogni enfasi a un contesto comunque passionale, Jia Zangke offre il suo sguardo su un presente (e futuro) di un mondo sempre più incomprensibile, schiacciato tra la mancanza di nostalgia e l’indifferenza attuale, sintomo di ogni sconcertante solitudine, come il finale inquadra perfettamente.
Stelle: 3½



JOHN MCENROE: L'IMPERO DELLA PERFEZIONE - Partendo da Gil de Kermadec, documentarista didattico, e dalle sue rilevazioni/rivelazioni sul comportamento fisico e psicologico dei tennisti, Julien Faraut riesce a costruire una supefacente analisi sul "gesto" e al tempo stesso una riflessione sul cinema, partendo da una citazione godardiana ("Il cinema mente, lo sport no"). La celebre finale del Roland Garros tra John McEnroe e Ivan Lendl, con tutto il suo armamentario di emozioni, illusioni, domini e catastrofi diventa il percorso di una costante, rilevante indagine anche sul tempo, passando attraverso Serge Daney, smontando e rimontando una leggendaria figura di sportivo e una controversa figura psicologica: la terra rossa diventa il teatro perfetto per una narrazione affascinante che cerca di ca(r)pire segreti e fragilità umana, essenza e perfezione di ogni atto. Teorico. Magnifico.
Stelle: 4½

CHE FARE QUANDO IL MONDO È IN FIAMME? - 
Nel Sud degli States l’anno scorso ci fu una serie di brutali omicidi che scossero la vita della comunità nera. Roberto Minervini. texano-marchigiano, cattura l’essenza di tre storie in un bianco e nero astrattivo (due giovani ragazzi, una cantante che ha aperto e chiuso quasi subito un bar, le manifestazioni delle giovani Pantere Nere), restando quasi sempre sul volto dei protagonisti, e ascoltando, per due ore, il battito rabbioso, la foga verbale contro la violenza dei bianchi, il desiderio di uguaglianza. La potenza dei racconti è palpabile, ma la verbosità accentuata complica la partecipazione emotiva. Minervini comunque si conferma grande osservatore di realtà tumultuose.
Stelle: 3

RED JOAN
- Joan Stanley, una tranquilla signora inglese borghese, viene improvvisamente arrestata per spionaggio a favore dell'allora Unione Sovietica, accusata di aver passato informazioni decisive sulla realizzazione della bomba atomica ai tempi della II Guerra Mondiale. Basato sulla storia vera di Melita Norwood, geniale studentessa di fisica a Cambridge, il film di Trevor Nunn è una debole, convenzionale spy story, che si fa apprezzare per la recitazione dismessa di Judi Dench, ma che stancamente, attraverso l'uso ovvio dei flashback, arriva alla confessione e allo snodo morale.
Stelle: 2
 

Venerdì 10 Maggio 2019, 10:02
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