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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Kechiche, lato b e desiderio chiusi in "disco"
Suleiman e l'assurdità dell'Occidente: bello


MEKTOUB, MY LOVE: INTERMEZZO di Abdellatif Kechiche (Concorso)
– Spiaggia, discoteca. Corpi, chiacchiere, musica martellante, ammiccamenti, sensualità, sessualità. L’ossessione per il lato b femminile, l’urgenza di declinarne il suo desiderio, l’hardcore: la seconda puntata toglie tutto, lascia uno schermo affollato in una costruzione astratta. Piacerà ai teorici, lascerà sconcertato il pubblico. Esplosivo, energico, radicale, ma tra le mille natiche shakerate per oltre tre ore, resta solo un parossismo da voyeur, che finisce nel vicolo cieco di una toilette. Voto: 4.
IT MUST BE HAVEN di Elia Suleiman (Concorso)
– Fuggendo dalla Palestina il regista approda prima a Parigi e poi a New York, trovando a Occidente una rappresentazione grottesca quotidiana. Con lo sguardo attonito di un Tati, Suleiman attraversa strade deserte, tra aerei e carrarmati, poliziotti e gente che va in giro armata, in una specie di teatro dell’assurdo. Una serie di quadretti esilaranti, dove tutto è sotto controllo, non diverso dalla vita in Palestina, alla quale il film è dedicato. A 10 anni da “Il tempo che ci rimane”, un film sulla tragedia un mondo ridicolo. Voto: 7,5.
SIBYL di Justine Triet
– Sibyl ama scrivere romanzi. È una psicologa, ma una telefonata di una paziente, attrice in crisi, la porta su un set a Stromboli. Justine Triet, al terzo lungometraggio, si perde nella costruzione affastellata di donne in crisi di nervi, tra realtà e immaginazione, petulando su amore, sesso e lavoro: un cimema ambizioso e intellettuale, che si autocelebra in una storia già consumata su altri schermi. Dall’autrice di “La battaglia di Solferino”, il film più brutto di un Concorso notevole. Voto: 4.
 

Sabato 25 Maggio 2019, 16:40
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