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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

In aquis fundata: Venezia e la forma dell'acqua
Docu corale su una città unica e problematica


La forma dell’acqua, la forma della vita, la forma di Venezia: la città, le pietre e i pali che la tengono sospesa su quella base liquida, in eterno movimento; le persone che la amano per quella sua unicità e adesso temono che l’aggressione (del tempo, dell’incuria, del turismo, della stessa acqua) possano comprometterne il futuro, dopo millenaria esistenza. “In aquis fundata” racconta tutto questo, immergendosi, non solo in senso figurato, nel cuore affaticato della Storia fino alla problematica realtà quotidiana. Lo fa attraverso la testimonianza di cinque veneziani doc, poco noti alla maggioranza (a parte solo Gianfranco Vianello, vincitore come “Crea” di tante regate), che incarnano un rapporto privilegiato fatto di sole e salsedine, gondole e remi, bricole e pesci, come Venezia richiede ed entusiasma.
Andrea De Fusco firma questo documentario corale, in concorso al 36° Bellaria Film Festival (27-30 dicembre) con l’intento di far affiorare il lato più autentico, quello che si sta perdendo, di un luogo mai come adesso minacciato dall’usura: «Di Venezia si conosce molto, è una cartolina continua. Ma io volevo raffigurarla nel suo mondo più nascosto, quello subacqueo, da dove tutto è partito, da quel fango che la protegge; e come il Gianfranco Rosi di “Sacro GRA” ascoltarne le varie voci, la storia e la memoria, il disagio odierno e il timore». Cinque personaggi: un costruttore di gondole (ed ex regatante, il più noto Crea), una campionessa del remo, un mercante ittico, un pescatore e un operaio sommozzatore, posti a intarsio e esposti con tutta la loro umanità, il loro dialetto (il film è sottotitolato) e la loro vita.
Non ancora trentenne (è nato a Roma, nel 1990), diviso tra Venezia (tutta la sua adolescenza) e Parigi (il suo presente più urgente), regista e fotografo, De Fusco spiega la ragione di questo sforzo produttivo, per mano di Clipper Media e Rai Cinema: «Abbiamo girato per due anni, in città e in giro per l’estuario, da Burano a Pellestrina, con quella spontaneità dei mestieri essenziali per il mantenimento della città, evitando i luoghi sacri della conoscenza collettiva: difficile per un non veneziano riconoscere le varie location. La parte subacquea è stato sicuramente la più complicata, ma anche la più affascinante. L’aggancio è arrivato quasi per caso, scoperto sul campo, osservando dalla riva chi stava lavorando, così sono iniziati i nostri rapporti con l’Idra, esperta in lavori sott’acqua, attiva a Venezia da quasi 40 anni. Il film ha già iniziato a girare per festival, dal Riff romano, ora a Bellaria e prossimamente a Mosca. Adesso il mio futuro è a Parigi, dove c’è più rispetto che da noi per la cultura; ma Venezia non è un capitolo chiuso, è molta parte della mia vita».
Raccontato con uno spiccato senso estetico, racchiuso nella sua identità esistenziale (della città, della sua gente), non meno privo di appunti sociali e politici (la città ormai virtuale in mano ai foresti, il passaggio delle grandi navi, uno dei momenti più evocativi del film, città “puttana” come la nomina uno dei protagonisti), il film è uno sguardo accorato su un mondo, tra notti di Redentore e acque alte, dove la barca è come la casa e l’acqua salata è nel sangue di tutti.

 

Mercoledì 26 Dicembre 2018, 19:34
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