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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Il filo nascosto e i legami d'amore: incanta
​la sartoria cinematografica di P.T. Anderson


Quale filo nascosto lega le relazioni tra due persone che si attraggono e si respingono, si desiderano e si temono, si comandano e si sottomettono? Quale forza è in grado di spiegarne ragione e sentimenti, nell’elastico movimento di un possesso che sveli la natura umana nel suo abisso di (im)potenza, dannazione estrema di ogni rapporto amoroso? Ciò che unisce Reynolds Woodcock, stilista dell’alta borghesia britannica, prima che in città esplodesse la swinging london con le minigonne di Mary Quant, e l’umile cameriera Alma (nomen omen), che dello stilista diventa ben presto musa in ogni possibile declinazione, è l’inafferrabile senso che ognuno sia vittima e carnefice dell’altro, una danza perversa che scambi i ruoli, che sfaldi deliberatamentele certezze e verità: chi davvero sta dominando?
Sommerso da un tripudio di stoffe, il corpo si cela in una sua dimora occulta e chiede al cinema di essere svelato nella sua apparenza, nei giochi degli inganni e dei turbamenti. Paul Thomas Anderson, forse ormai definitivamente il cantore di una messa in scena materiale e cerebrale al tempo stesso, tra la Storia e le storie, ristabilisce i contatti con il suo precedente “The Master” e con “Il filo nascosto” rilegge il contrastato, contradditorio, squilibrato rapporto a due, declinandolo con istanze hitchcockiane, da “Vertigo” a “Rebecca”, e ubicandolo nel viavai dell’atelier e nelle sommosse della creatività di un genio della moda, che sgretola nella insospettabile fragilità, un’esuberanza da egoista. Il mondo opposto delle donne pone falsamente l’uomo in un territorio di comando: la sorella di Reynolds è il cateto necessario di un triangolo scaleno, altrettanto austera nella sua convergenza familiare, spesso silenziosa spettatrice di ogni mossa e comportamento strategico del familiare, ma puntuale da carpirne ogni insondabile segreto.
In una formidabile, geometrica consapevolezza degli spazi, la glacialità morbosa di ogni avvicinamento si pone a una distanza irreparabile: Anderson sviluppa il processo minuzioso degli abiti quanto quello dei sentimenti, usando altrettanti aghi e bottoni, in una sartoria cinematografia di sublime eleganza. Il cinema si riappropria di una bellezza sconvolgente, nel riverbero di stanze contaminate da un amore odioso, disperso nei silenzi dei muri, nelle scarne parole come cuciture dell’oblio, a volte scovate in un abito da sposa.
“Il filo nascosto” è una storia totalizzante, senza possibilità di fuga. Chiusa nella metrica ossessiva del melò, porta il solito magnifico Daniel Day-Lewis, nella sua spigolosa fisicità, a rappresentare ogni desiderio e follia in un disagio esistenziale che si rapporta nell’altro e nell’altro (una altrettanto lodevole Vicky Krieps) sopravvive solo se cosciente della propria morte. Corpi e anime. Sospese a quel filo. Nascosto.
Stelle: 5

THE DISASTER ARTIST: IL REGISTA SENZA QUALITÀ - L’incredibile storia (vera) di Tommy Wiseau e del suo amico Greg, che nel 2003 riuscirono a portare sugli schermi un film (“The room”), oggi opera quasi di culto, ma ancora pressoché sconosciuta. Un attore-regista che vorrebbe essere James Dean e recitare Shakespeare, ricco ed eccentricamente devastante, che echeggia il mito di Ed Wood, il “peggiore regista della storia del cinema”. L’invadente James Franco stavolta azzecca il tiro, dà sfogo al suo esuberante egocentrismo (grazie anche all’apporto della “spalla” del fratello Dave) e regola un film accattivante, divertente e smodato come l’originale (con tanto di split screen parallelo, prima dei titoli di coda).
Stelle: 3
 

Venerdì 23 Febbraio 2018, 15:41
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