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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

I corpi e lo spazio: l'estate vitale di Kechiche
la giovinezza di Han, i contadini gay inglesi



Primo capitolo di una trilogia “Mektoub, my love: Canto Uno”, dove mektoub significa destino, si concentra soprattutto su Amin, un giovane tunisino che vive a Parigi e sogna di entrare nel cinema come sceneggiatore. Tornato nella sua città natale per le vacanze, tra vecchi amici e nuove conoscenze, soprattutto il cugino Toni e Ophélie, osserva un mondo dove trova difficoltà a collocarsi, specie nei crocevia amorosi, sbagliando spesso bersaglio o mostrando una timidezza innata, quasi esistenziale, di fronte alle esuberanze altrui. Il film, che dura circa 3 ore e nella versione uscita in sala è accorciato nel suo segmento finale dopo la proiezione all’ultima Mostra di Venezia, è un autentico tuffo dentro a questo mondo e queste vite, con lunghi blocchi-sequenza, dove lo sguardo del regista ha la stessa palpitazione degli accadimenti (in realtà non succede nulla) e dei dialoghi, in un ritmo forsennato, scandito anche da un’appropriata colonna sonora.
Aperto da una poderosa scena erotica, certo un dettaglio rispetto ai furibondi assalti della Palma d’oro ottenuta dal regista tunisino con “La vita di Adèle” nel 2013, echeggia frammenti di cinema rohmeriano e narrazioni care a Linklater, tramutando i corpi e la carne, il sole e l’acqua, i bar e le discoteche, e i lungomari dell’esistenza in un cinema che si fa energia. Amin (alter ego del regista, soprattutto nella lirica nascita degli agnelli) osserva ciò che scorre attorno a lui, in una diversità intatta di artista; e noi con lui. Forse la sequenza della discoteca era davvero troppo lunga e in fase di definitiva struttura è stata appunto accorciata; per alcuni l’insistenza verso il lato b femminile potrebbe dar fastidio, specialmente a un pubblico di donne, ma in un film che gronda erotismo è coerente. E insomma: se si mostra troppo si esagera, se si mostra poco si è pudichi; e allora è forse meglio la prima soluzione.
Resta un film come pochi, disarcionato da responsabilità narrative: è un’opera a suo modo radicale, che cerca la luce, come è da subito chiaro all’inizio, con quelle scritte tratte dal Vangelo e dal Corano. E la luce fu.
Stelle: 3½


SOLO - A STAR WARS STORY - Prima o poi in quella galassia lontana, lontana… dovevamo sapere come fosse trascorsa la giovinezza di uno dei personaggi fondamentali della saga: Han Solo, amato senza discussione dai fan fino alla morte, straziante e spettacolare avvenuta in “Il risveglio della forza”, per mano del figlio Kylo Ren. Ecco dunque come il secondo spin-off della serie sia interamente dedicata alla fase “costruttiva” del personaggio, che troviamo inizialmente fuggitivo, immerso nel viavai caotico di Corellia assieme a Qi’ra (Emilia Clarke), la prima fidanzata, dalla quale viene separato bruscamente, ma che ritroverà tre anni dopo, in un ruolo inaspettato. Fatta anche la conoscenza con il motivo per cui gli viene affidato il nome di Solo (non difficile da immaginare…), scopriamo come Han sia diventato compagno di avventura dell’inseparabile Chewbacca (e come tutti i primi incontri non è esente da uno scontro iniziale) e successivamente come sia entrato in contatto con i personaggi cardine di questa puntata: Tobias Beckett (al solito il convincente Woody Harrelson), un capitano doppiogiochista che si fa padrino del ragazzo, al pari di Dryden Vos (Paul Bettany), una delle tante facce del Male. E come attraverso il lestofante Lando Calrissian (Donald Glover), che ritroveremo più avanti nella saga, si sia accaparrato il Millennium Falcon.
Diretto da Ron Howard (che ha sostituito in corsa la coppia Lord-Miller) e scritto dal veterano Lawrence Kasdan e dal figlio Jon, “Solo – A Star Wars story” è un ridonante balocco divertente e scoppiettante, che punta essenzialmente (quasi) tutto sull’azione, come ad esempio nella spettacolare, lunga sequenza girata  tra le Dolomiti, con le Tre Cime protagoniste di una scenografia mirabile, mentre un treno spaziale si avvita attorno alle montagne a mo’ di serpente (ricordando lo “Snowpiercer” di Bong Joon-ho). Sul fronte narrativo, invece, il film paga inevitabilmente l’incapacità di reggere l’epica del personaggio principale: Alden Ehrenreich, pur carino e intraprendente, non riesce a conferire la malizia lazzarona di Harrison Ford, al quale bastava uno sguardo per entrare nella leggenda della saga. Certo ci sono momenti intriganti come il finale dove diversi personaggi ribaltano le proprie azioni, in un carosello di inganni tuttavia abbastanza prevedibile; e l’umanità di L3-37 (l’androide femminile amata da Lando) stempera il fracasso in una lacrima inaspettata; ma tra ghiaccio e sabbia, luoghi terminali alquanto scontati, la storia arranca e in definitiva non si aggancia emotivamente al resto della saga, com’era avvenuto invece per il primo spin-off della serie Anthology “Rogue One”.
Restano il mcguffin dell’ipercombustibile coassio, la rotta di Kessel percorsa in meno di 12 parsec e una spolverata di ribellione; ma anche la sensazione di un giro quasi a vuoto di una saga inimitabile e interminabile.
Stelle: 2½
 

MONTARNASSE - FEMMINILE SINGOLARE - Paula, una ragazza esuberante e instabile, torna a Parigi dopo diverso tempo. Cerca lavoro, incontra persone, prova a cambiare vita. Ma non è così facile. Un film nervoso, esagitato, ma anche estremamente vivo, febbrile e interessante. La bravissima Laetitia Dosch si prende la scena e mostra i mille volti di una donna cangiante, indifesa, incompresa. Nel viavai di una Parigi che non è mai invadente, la vita scorre in cerca di un centro di gravità che sembra sempre stare da un’altra parte.
Stelle: 3

LA TERRA DI DIO - Johnny vive in una fattoria del West Yorkshire con la nonna e il padre. La madre è morta tempo addietro. Il padre non ha una libertà motoria dopo un ictus e quindi Johnny è costretto a sobbarcarsi tutto il lavoro, tra mucche e pecore. La sera va al pub, dove ha incontri sessuali nei bagni con altri ragazzi, beve, si ubriaca. Un giorno arriva il rumeno Gheorghe, un lavoratore stagionale che ha accettato di dare una mano almeno per una settimana. Tra i due il rapporto è complicato, quando non ostile. Ma all'ennesimo litigio, scatta l'attrazione. Francis Lee firma una dramma sentimentale, fatto di tante sfumature, dove l'omosessualità galleggia nella storia: intorno non c'è omofobia, ma il rapporto è tollerato dalla famiglia con disagio controllato. Un film onesto, sussurrato, dove i due protagonisti riescono a dare credibilità ai loro personaggi. 
Stelle: 2½

Giovedì 24 Maggio 2018, 23:58
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