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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Gomorra, stagione 3: new entry fragili
C'è stanchezza e si poteva osare di più


La terza stagione della serie tv Sky Gomorra
mostra inevitabili, ma sensibili, segni di stanchezza, soprattutto per colpa di una sceneggiatura spesso corriva che non riesce a dare un impulso significativo agli snodi narrativi e accendere l’interesse verso quei nuovi personaggi, che si affacciano per la prima volta nella storia. Arrivati a metà percorso di questa nuova stagione ci si chiede infatti cosa sia veramente successo finora e la risposta è semplice: poco, molto poco. A ben guardare l’unica puntata sorprendente è stata la terza, che gode praticamente di autonomia propria, enclave narrativa girata quasi interamente in Bulgaria, a Sofia e dintorni, e che esteticamente si esalta nelle scelte registiche di Claudio Cupellini, qui a una delle puntate migliori di tutta la serie.
Purtroppo ponendo lateralmente la presenza di Ciro e Genny, e uscite di scena alcune figure fondamentali per il successo della serie (penso soprattutto a Pietro Savastano), la storia paga un indebolimento, non solo dei caratteri, ma anche delle presenze fisiche degli attori. I due nuovi leader del racconto stentano a radicalizzare la loro presenza, vuoi perché sono più deboli come personaggi, vuoi perché il confronto attoriale non regge. Arturo Muselli che interpreta Sangue blu non ha quel fascino accattivante di Marco D’Amore, che coniuga bellezza e malinconica spietatezza: è solo più fragilmente dark e dopo 6 puntate stenta ancora a prendere in mano la situazione; Valerio, interpretato da Loris De Luna, è statico nella recitazione, dovrebbe garantire un ossimoro (ragazzo bene del Vomero, al quale non manca nulla), ma non sa rappresentare quella fascinazione verso il Male che il personaggio dovrebbe possedere: anche quando spara e uccide la prima volta lo fa in modo abbastanza meccanico. La nuova coppia di protagonisti francamente sparisce al confronto, calcolando come il corpo ingombrante di Salvatore Esposito attraversi ancora la storia con quell’ondivaga presenza da cambiare spesso pensiero e rotta. E infatti quando Ciro e Genny si affacciano sullo schermo, la storia s’impenna immediatamente.
È un peccato poi che altre figure, affacciatesi nel corso della serie, come Scianel non siano valorizzate: è l’unica che sembra possedere un carisma altrettanto lampante come Genny e Ciro e l’interpretazione che ne dà Cristina Donadio è decisamente notevole. Sarebbe un controcanto femminile perfetto, specie dopo l’uscita alla fine della stagione 1 di Donna Imma, moglie di Pietro Savastano, ma la sceneggiatura troppo spesso la dimentica. Anche Patrizia perde significato in quel ruolo modesto di messaggero, cui spesso è sottoposta.
Interessante rilevare come la terza stagione sia sensibilmente votata a una forte latenza omosessuale, individuabile soprattutto anche dalla progressiva uscita di scena, per morti o allontanamenti, di tutte le coppie etero istituzionalizzate e quotate dall’inizio (anche Genny e Ciro sono tornati a essere, nel frattempo, per ragioni diverse, single). Purtroppo questa direzione del racconto non viene sviluppata in modo spavaldo da una sceneggiatura pigra e forse preoccupata di non esagerare, visto che sui contenuti della serie le polemiche già non mancano: non solo Gegé, l’unico personaggio apertamente gay, esce quasi immediatamente di scena (facendo tra l’altro una scelta discutibile, con un tradimento poco credibile), ma tutto il mondo che circonda Sangue blu e Valerio mostra attrazioni significative, abbastanza ricorrenti in clan chiusi a un solo sesso, e forse anche la coppia Scianel-Patrizia avrebbe potuto nascondere qualche riverbero in materia. Invece resta tutto molto fumoso.
Se è interessante lo spostamento principale degli avvenimenti in una Napoli più segreta e non più nella classica Scampia, che cominciava a essere una location troppo ripetitiva, resta discretamente apprezzabile la regia di Francesca Comencini, seppur a strappi e ancora incerta a dare tensione e drammaticità nelle scene più feroci (ma il finale del 6° episodio è un colpo d’ala), mentre quella di Claudio Cupellini, come già detto, si conferma indispensabile per mantenere un interesse estetico di rilievo e non solo per quel suo riconoscibile sguardo noir, che altri registi italiani della sua generazione non esprimono in modo così sensibile.
 

Lunedì 11 Dicembre 2017, 16:32
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