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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Glass, la realtà di vetro di Shyamalan
Ma la sciarada perde fascino e si fa più noiosa


L’improvvisa irruzione nel finale di “Split” del personaggio di “Unbreakable” David Dunn (Bruce Willis) spalancava percorsi futuri possibili, puntualmente confermati dall’arrivo sugli schermi dell’ultimo film di M. Night Shyamalan (autore anche dei due film già citati), che salda tutto questo in una specie di trilogia a forma di sciarada, dove due storie distanti nel tempo (reale di uscita) confluiscono in unica direzione, di cui questo “Glass” è la somma. I due personaggi che avevano nutrito le storie precedenti diventano qui, obbligatoriamente, gli avversari su cui tessere un antagonismo sfrenato: ecco dunque riapparire, dopo quel flash finale di “Split”, il sorvegliante Bruce Willis, col suo impermeabile stilizzato, e James McAvoy, il Kevin Wendell Crumb, che riporta con sé la follia della schizofrenica multipersonalità (l’Orda), sfociata nella rappresentazione della Bestia, figura terminale, potente e feroce. A questi si aggiunge ovviamente Elijah Price (Mr. Glass, l’uomo dalle ossa fragili come il vetro - Samuel L. Jackson), che già aveva illuminato il cammino sorprendente di David Dunn, scampato in origine a un incidente ferroviario e che ha imparato a conoscere la sua invulnerabilità, non senza i rituali colpi di scena finali, cui il regista ha abituato il suo pubblico affezionato ormai da “Il sesto senso”.
In questo groviglio di personaggi e storie, di prospettive continuamente ribaltate, di bene e male che si sfuggono e si saldano, in quella chiave vagamente misticheggiante che corre sotterranea, il terzo capitolo ci destina in un istituto psichiatrico diretto dalla dottoressa Ellie Staple (Sarah Paulson, che arriva direttamente dalla serie tv “American horror story”), dove i due rivali vengono richiusi e dove trovano anche Price. I tre si scontrano come in una seduta psicanalitica (maschi dominati da una donna, come ormai sembra inevitabile), divorati tutti dalla loro proiezione nel mondo dei fumetti, nel farsi e disfarsi del proprio supereroismo.
In un contesto alla lunga ripetitivo e a tratti noioso, al quale partecipano anche il figlio di David (il bambino di “Unbreakable”, ora più adulto), la mamma di Elijah e l’unica ragazza scampata al massacro di “Split”, Shyamalan, narratore da sempre dell’intrusione del fantastico nel mondo reale, sembra portare a conclusione tutto il suo cinema (e i richiami sono abbondanti), ma la sua poetica stavolta asciuga il fascino e il mistero, abbandonandosi a un estenuante gioco di rivelazioni metatestuali che spesso si afflosciano in interminabili spiegoni e in un incontrollato uso di finali a ripetizione, fino all’ultima inquadratura che spalanca l’immagine in una stazione ferroviaria (la circolarità è sovrana), amplificando definitivamente l’ambizioso progetto complessivo, interessante certamente come idea, meno nel suo risultato finale.
Stelle: 2½

LA DOULEUR: L'ATTESA SOFFOCATA DAL CALLIGRAFISMO
- Nel giugno 1944 lo scrittore Robert Antelme viene arrestato in Francia dai nazisti e deportato. La sua compagna, Marguerite, rimane in attesa del suo ritorno, specialmente dopo la liberazione. Tale speranza si trasforma in un dolore straziante.
Tratto dal romanzo autobiografico della Duras, scrittrice e regista, il film di Emmanuel Finkiel si appropria dell’intimità assoluta di un dramma collettivo e trasferisce alle immagini questa palpitante angoscia. Ma il calligrafismo esasperato imprigiona una narrazione astratta, nonostante Mélanie Therry dia forza a una ossessione insostenibile e il racconto viva di una atmosfera costantemente turbata. 
Stelle: 2½

Giovedì 17 Gennaio 2019, 22:24
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