BLOG
Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Front runner: se il sesso sconvolge la politica
il senso di colpa cambia nel tempo


Di scandali sessuali che hanno travolto uomini politici o, più genericamente uomini di potere (si pensi al caso Weinstein e, a domino, a tutta la cascata di denunce) o di Chiesa (tutta l’incontrollata ossessione pedofila) è piena l’America e il mondo intero: per restare all’ambiente dentro la Casa Bianca basterebbe pensare alla famosa performance di Monica Lewinsky nei confronti dell’allora presidente Bill Clinton. Eravamo a metà degli anni ’90. Nel decennio antecedente, nel 1987, il candidato dem Gary Hart (un ispirato Hugh Jackman), in corsa per la presidenza Usa e già dato dai bookmakers come il più probabile vincitore, fu vittima anche lui di una relazione extraconiugale con Donna Rice, scrittrice e produttrice cinematografica, che scoperta mandò i frantumi il quasi certo successo e mise in grande difficoltà anche la vita privata del senatore del Colorado.
Su questa ennesima vicenda a sfondo erotico, arriva sugli schermi il film d’apertura dell’ultimo festival di Torino “The front runner – Il vizio del potere” (classica aggiunta allusiva italiana al titolo originale, per destare interesse) di Jason Reitman, apprezzato regista, tra gli altri, di “Juno”, “Tra le nuvole” e “Young adult”. Se nella prima parte gioca a fare l’Altman concentrandosi nel caos umano della campagna elettorale (un vorticoso andirivieni di corpi e voci, che danno un ritmo sincopato e accattivante), Reitman in seguito si spinge negli angoli domestici privati, dove l’uomo candidato affronta le ruvide, conflittuali tensioni con la moglie. In entrambi i casi, nel suo lavoro mai così esplicitamente politico, lo snodo non passa attraverso una colpevolizzazione a tesi, pur così evidente e non giustificabile per persone pubbliche esposte, specie in un Paese così puritano come l’America, ma pone lo sguardo su una società che già allora stava cambiando sulla tutela della privacy e sull’ingerenza dei media nella vita privata dei cittadini, specie se famosi. Non a caso lo scandalo, scoppiato grazie alla pubblicazione del misfatto sui giornali, nonostante si basasse su telefonate anonime e qualche fotografia, portò immediatamente alle conseguenze più disastrose, per colpe più morali che politiche, come se mentire su un comportamento personale avesse la stessa incidenza di uno pubblico, perché mentire è un peccato imperdonabile in ogni campo.
E se “The front runner” spinge anche a ragionare sull’oggi e su come sia nel frattempo cambiato ancora il concetto di colpa tra i politici, pensando a Trump ma anche ai rappresentanti di casa nostra, dove tutti i comportamenti, specie i più controversi, stanno diventando motivo di orgoglio, il film è intrigante e appassionante senza troppo clamore, onesto ed equilibrato, con qualche istante di grande intensità, come quando la moglie (Vera Farmiga) mette il marito davanti alle proprie responsabilità.
Stelle: 3



UN VALZER TRA GLI SCAFFALI: LE GEOMETRIE ESISTENZIALI DEL SUPERMERCATO - 
Christian ha appena iniziato il lavoro nel reparto bevande di un grande megastore, un ipermercato alle porte di Lipsia, una specie di cattedrale gastronomica nel nulla, a due passi dall’autostrada. Vive un’esistenza solitaria, alla sera prende l’autobus e va a casa e resta solo. Siamo in una zona della Germania ex sovietica e sul lavoro Christian conosce Marion, una donna per la quale nutre subito una sincera attrazione, pur essendo misteriosa. Fa inoltre amicizia con il suo caposquadra Bruno, che lo aiuta a imparare le nuove mansioni, tra le più difficili manovrare un carrello automatico.
“Un valzer tra gli scaffali” è un’opera sorprendente, passata l’anno scorso alla Berlinale e dimenticato clamorosamente nel palmares. Stuber gira praticamente tutto il film dentro interi corridoi di scaffali di birra, banconi di surgelati, macchinari da guidare come auto; e mostra una vena malinconica, gravida di carità e compassione per questi personaggi relegati nel buio (la notte domina) da una società distante, accendendo in un’atmosfera di inconsolabile tristezza, momenti di paradossale comicità.
Il disagio è la forza magnetica del film e lo sguardo di Stuber è sempre saldamente asciutto, anche quando la tragedia irrompe, nel lato meno atteso. Mostra come le aspettative dopo la caduta del muro di Berlino (soprattutto in Bruno, al quale manca adesso la strada, come quando un tempo faceva il camionista) si siano rivelate vane e la disillusione ha lasciato il posto a una rassegnazione senza riscatto. Molto bravo (come lo era stato anche in “La donna dello scrittore”), l’attore Franz Rogowski, che ha il volto scarno e desolato, intimorito dal mondo; non da meno Sandra Hüller (la ricordate in “Vi presento Toni Erdmann” che dà a Marion quella dualità di persona distonica, tra entusiasmi da lusinga e durezze improvvise?).
Nella sua ossessiva ripetitività quotidiana dei gesti (la vestizione, nel suo montaggio frenetico è lampante) e nel senso geometrico dello spazio gastronomico, altrettanto claustrofobico, il film trova un finale inaspettatamente poetico, dove la consolazione del mare lontano arriva nel modo più struggente.
Stelle: 4

LAND: UNA SCOMODA BARA - La famiglia indigena Denetclaw vive nella riserva indiana di Pine Ridge negli Usa. Sono Sioux. La loro vita si snoda nella noia quotidiana tra alcol e deserto. Uno dei tre fratelli è partito per l’Afghanistan e un giorno arriva la notizia che Floyd è morto in battaglia. Il rimpatrio del corpo e le procedure per la sepoltura agitano i parenti. Il regista iraniano Jalali, che da tempo vive a Londra, firma un western solitario, decadente e spoglio, sulla vita ostile e precaria ai bordi della civiltà, dove lo scontro tra bianchi e nativi si scuote in improvvise raffiche. Niente di particolarmente originale, ma lo sguardo è secco e il racconto si snoda con fluidità.  
Stelle: 3

COPIA ORIGINALE: I FALSARI E IL "VERO"
- Nel 1991 Lee Israel viene licenziata a New Yor perché beve troppo, anche durante il lavoro, e si rivolge ai suoi superiori con termini ineleganti. Sul lastrico, senza soldi per mangiare e pagare l'affitto, casualmente si imbatte in due lettere di Fanny Brice: vendendole ricava qualcosa. Così le viene l'idea di falsificare, integrare o inventarsi di sana pianta lettere e documenti di persone celebri e per un periodo la cosa funziona perfettamente. Nel frattempo incontra Jack Hock, eccentrico e gay, del tutto inaffidabile. Tra i due solitari nasce un'amicizia, che viene però messa a dura prova. Tratto da una storia vera, una commedia drammatica che stinge i confini tra vero e falso, dove, al di là del reato, la vita malinconia di due dimenticati dalla società trova nell'illegalità un motivo per sentirsi vivi. Grande prova di Melissa McCarthy, che riesce a rendere empatico un personaggio scorbutico, antipatico e sciatto.
Stelle: 3

 

Giovedì 21 Febbraio 2019, 19:22
COMMENTA LA NOTIZIA
1 di 1 commenti presenti
2019-03-12 19:44:26
meglio blade runner, comunque per tutti sicuramente non in sala. si potrebbe stilare una lista dei migliori 30 film per genere della storia, almeno 30, poi se uno non li conosce va ed amplia il bagagliaio personale.