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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Colette, Freddie e le bambole: troppe icone
ridotte a figurine, il cinema anestetizzato


Ci sono due segreti nella vita di Colette, diventati entrambi oggetto di battaglia, conquista, determinazione, coraggio. Soprattutto vittoria. Scrittrice e attrice, vissuta a cavallo tra Ottocento e Novecento, autentico mito in Francia (prima donna ad avere funerali di Stato) e sepolta nel celebre, prestigioso per presenze intellettuali ed artistiche, cimitero di Père Lachaise, quando arriva a Parigi nel 1893, da poco sposa dello scrittore Henri Gauthier-Coligny (Dominic West), noto con lo pseudonimo di Willy, si lascia attrarre dalla vita delle belle époque e inventa per il marito il personaggio di Claudine, che sarà al centro di una fortunata serie di romanzi, che il marito accrediterà a se stesso, ma in realtà scritti da Colette. Quando il matrimonio entra in crisi, Colette sollecita la propria indipendenza, sia umana sia artistica, chiedendo la giusta visibilità sull’autorialità dei romanzi, che il marito nega. La rottura del matrimonio, accresciuta dai continui tradimenti del consorte, porta Colette a una vita autonoma, fino a pubblicare finalmente le sue opere, ottenendo un successo enorme. Nel frattempo conosciuta la marchesa Mathilde de Morny, nota come Missy, famosa per il suo lesbismo che manifestava vestendosi da uomo, Colette intensifica anche la sua attività di attrice, scatenando furibonde manifestazioni di protesta durante uno spettacolo al Moulin Rouge, durante il quale le due donne si baciano spavaldamente sul palcoscenico.
Ci sarebbe insomma materiale infuocato per una biografia incendiaria, dove la presenza di Colette, che ebbe comunque tre matrimoni alle spalle nonostante anche la passione omosessuale, s’insinua in una società che inizia a vedere sgretolati alcuni cardini di potere maschile ed etero. In realtà questo non accade. L’inglese Wash Westmoreland, inizialmente regista di porno gay e successivamente conosciuto soprattutto per “Still Alice” (Oscar a Julianne Moore) diretto con il suo compagno Richard Glatzer, tradisce in parte la spinta rivoluzionaria, servendo la storia con uno sguardo piuttosto patinato ed esangue. Scandisce in modo didascalico le tappe di una vita avventurosa e piena di insidie, trattiene spesso l’impeto della provocazione e se cura la messa in scena di un’epoca con doverosa attenzione, la storia non esce da una convenzionale rappresentazione di una donna che chiede rispetto e un posto non secondario nella società, sia per le qualità di scrittrice sia per la libertà personale, anche nelle scelte, al tempo provocatorie, in campo sessuale.
Keira Knightley si sforza di rendere credibile almeno il suo personaggio, ma nonostante il regista voglia attraverso il passato risaltare una modernità che travalichi la stessa Colette, il risultato è soprattutto noioso, anche quando sale la febbre dei corpi.
Stelle: 2

BOHEMIAN RHAPSODY: I QUEEN VOLANO, IL FILM NO
- Che un film mediocre come “Bohemian Rhapsody” stia diventando il caso cinematografico dell’anno può anche sorprendere, non se lo si identifica con quegli elementi che rispondono all’evento dedicato a un personaggio del mondo artistico in generale (che solitamente funzionano più di qualsiasi film) e al biopic di una star iconografica, per giunta, come il necessario maledettismo impone, morta di Aids per le sue disinvolte attività sessuali.
Compreso dunque il suo effetto boom al botteghino, si può anche sorvolare sulle imprecisioni e falsità che dilagano nel film, come chi ama da sempre Freddie Mercury e i Queen continua a elencare, e soprattutto sulla qualità a tratti quasi imbarazzante dei dialoghi e sulla sorprendente superficialità della sintesi di una vita certo non morigerata, ma che nel film è trattenuta al guinzaglio. Certo poi ci sono le canzoni che scatenano atmosfera, ricordo, lacrime (ma allora meglio guardarsi un concerto vero dei Queen e il finale del film al Live Aid lo dimostra) e tanto basta. Dalla gestazione sofferta (cambio di registi e interpreti) escono Rami Malek, indubbiamente attraente nella sua perfomance, e Bryan Singer, accreditato ma poi anche lui licenziato e non Dexter Fletcher, che ha terminato il film.
Stelle: 2

LA CASA DELLE BAMBOLE: L'HORROR AL BUIO (DELLE IDEE)
- Madre e due figlie raggiungono una villetta isolata, un tempo della zia ora defunta. Arrivate vengono assalite da due maniaci, un omone gigantesco e una donna depravata. Anni dopo, una delle ragazze è diventata scrittrice famosa di best seller horror, uno dei quali ricorda quella tragica notte. Pascal Laugier, regista di “Martyrs”, sta semplificando le ambizioni: ora con questo omaggio a Lovecraft costruisce una vicenda consumata, basica e ripetitiva, con alcune incursioni nel sogno, come elemento destabilizzante. Sonoro a palla come elemento istigatore della paura, ma la sintassi di “Ghostland” è elementare e il gioco della tensione ripetutamente riciclato. Come le bambole.
Stelle: 1½

Venerdì 7 Dicembre 2018, 09:59
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