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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Cannes 71, giorno 5. Husson impresentabile
Ma anche Cotillard finisce in un film artificioso

Giornata (abbastanza disastrosa) con donne protagoniste. Nel caso si spera di non dover assistere a un altro palmares come a Berlino, dove la causa (nobile) del #metoo è stata usata per premiare film immeritevoli, solo per il tema trattato. E qui il rischio, per altro con film perfino più sconcertanti, è fortissimo.
GUEULE D’ANGE di Vanessa Filho (Un Certain regard) – Mamma svalvolata, dedita all’alcol e alle amicizie facili, abbandona la figlia. La piccola si mette alla ricerca, buttandosi tra le braccia di un giostraio che vive in una roulotte. Quando la mamma ricompare, la tragedia è nell’aria. Un film alquanto disonesto, che costringe i personaggi ad azioni senza logica per accrescere la tensione e il fattore drammatico. Si pensi a cosa ne fece Kore-eda con “Nobody knows”, ma qui siamo a una versione pop artificiosa, piena di risvolti illogici e con un finale dalle ambizioni rosselliniane, che fa solo arrabbiare. Marion Cotillard svolazza con vestisti vistosi e trucco pesante, ma al suo personaggio sembra non credere mai. Voto: 3.

LES FILLES DU SOLEIL di Eva Husson (Concorso)
– Nel Kurdistan un plotone di soldatesse, guidate da Bahar, e seguite da una fotoreporter francese, cerca di liberare una zona in mano agli estremisti. Un film impresentabile, firmato dalla regista del già imbarazzante “Bang gang”, tra le opere peggiori di sempre qui a Cannes, che riesce a essere più clamorosamente finto e patinato di “The search” di Hazanavicius (che sembrava un’impresa impossibile) e che mostra una totale incapacità di affrontare un tema così forte come la guerra (anche tra sessi). Scritto in maniera maldestra e confusa, girato rozzamente in uno stile che si vorrebbe hollywoodiano (va beh: basterebbe un secondo di Bigelow per capire quale abisso esista), è per di più interpretato in modo distratto da Golshifteh Farahani (che era più credibile quando infornava i capcakes in “Paterson”) e ancora peggio da Emmanuelle Bercot in versione Jena Plissken, che tiene sbadatamente in mano una reflex. Immerso in una colonna sonora frastornante, il film non ha strazio, profondità politica, azione. La scena del parto riesce ad essere perfino comica, con quei 20 passi elencati uno a uno. Disarmante nella sua ricerca di consegnare la donna come cardine di libertà, in un’epica da battaglia che si debella quasi da sé, resterà come una delle pagine più indecorose di Cannes. Ora col clima che tira e con l’evidente messaggio di Fremaux nell’averlo messo in concorso, speriamo solo di non vederlo premiato in qualche modo, nell’anno come si diceva, qui ipocritamente, dedicato alla causa delle donne. Basta Berlino, per questo. Voto: 1.
SE ROKH (3 VISAGES) di Jafar Panahi (Concorso)
– Una celebre attrice iraniana riceve il video di una giovane attrice che alla fine sembra suicidarsi. Con l’aiuto del regista Panahi, l’attrice va alla sua ricerca, per capire cosa sia veramente successo. La sedia vuota ai festival per Panahi resta ancora vuota, ma il suo cinema riesce sempre a trovare la giusta ospitalità fuori da un Paese, che lo costringe a lavorare con pochi mezzi e a non oltrepassare la frontiera. Qui l’eco dei suoi lavori precedenti torna vibrante, dalla manipolazione realtà/finzione e dell’immagine stessa, in un percorso metatestuale, dove forse l’unico handicap è ormai la ripetitività delle azioni, dei gesti e dei pensieri, in una sorta di “narcisismo” coatto, con il quale il regista attraverso la messa in scena di sé, ci parla sempre del suo Paese. Voto: 6½.
 
 

Domenica 13 Maggio 2018, 15:48
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