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Adriano De Grandis
OGGETTI DI SCHERMO di
Adriano De Grandis

Ai Margini, i figli degli altri: due buoni film
Formiche nell'Immensità: si zoppica o si cade

Venerdì 23 Settembre 2022

Quando un film ruota attorno a Virginie Efira è già probabile che l’interesse si accenda facilmente. L’attrice franco-belga ha una forza catalizzatrice sullo schermo, non solo per un corpo generosamente esposto (anche in questo ultimo caso), ma anche per i ruoli che sovente rivestono sfumature tormentate, laceranti, provocatorie (si pensi soprattutto a Benedetta, nell’omonimo film di Paul Verhoeven, purtroppo ancora inedito in Italia). Ma anche Roschdy Zem è un attore che lascia il segno, per una presenza massiccia, prototipo di una mascolinità dirompente, di una rappresentazione quasi sghemba. Terzo elemento, tutt’altro che trascurabile, in una dimensione assai più cinefila, è la presenza di Frederick Wiseman, tra i più apprezzati documentaristi contemporanei, che qui si ritaglia, non senza una tendenza sottilmente umoristica, la parte di un ginecologo. Sta forse in queste tre presenze, combinate tra di loro, il punto di maggior forza di “I figli degli altri”, passato recentemente a Venezia senza colpire giuria e forse anche pubblico, ma che si appropria di un conflitto morale, e soprattutto affettivo, che riguarda il desiderio di maternità con la necessità di una carriera sociale. Un film prettamente femminile, per tema e sensibilità, dove la parigina Rebecca Zlotowski è qui alla sua regia più personale, con elementi in parte autobiografici, in una carriera non sempre ben dosata. Rachel è una professoressa innamorata del proprio lavoro, ma non altrettanto fortunata con gli uomini. Divorziata, senza figli (ha difficoltà a rimanere incinta), vive la mancata maternità come un vuoto, mentre il suo attuale compagno Ali ha già una figlia, la sorella partorisce presto e lei è costretta a destinare il suo amore ai figli degli altri. Zlotowski narra usando i mezzi toni, le pause, le indecisioni, gli scarti di un’affettività soffocata, specchiata nelle vite altrui. La necessità di sentirsi madre è sviluppata attraverso un intenso rapporto con la bambina di Ali, di fatto sostituendosi in un ruolo che potrebbe far affiorare improvvise conflittualità, con la madre vera (Alice, Chiara Mastroianni), anche se il loro rapporto è soffice. Tutta la vita di Rachel ruota attorno alla contrapposizione tra un ruolo sociale affermato e la dimensione materna surrogata, messa sempre più in discussione da un’età che avanza, come è ben evidenziato nei dialoghi con il ginecologo, centrati spesso sul “tempo che resta”. Il film scorre sincero sulla complessità di tante famiglie allargate, ristrutturate, la forma più identitaria di una società in costante irrequietezza. Forse a Zlotowski manca però quello scatto che tolga al racconto una metodicità lineare e un’ambiguità sul dilemma di sentirsi appagata come donna, nonostante l’assenza di figli. Voto: 6,5.

Un film piacevole, “Margini”. Meglio: è un film soprattutto divertente. Non è facile oggi riuscire a strappare qualche sorriso al cinema, visto il momento complicato che stiamo vivendo. Men che meno con il cinema italiano, che sembra non saper più divertire sul serio, incrostato com’è di battute abitudinarie, di situazione ormai logore, di dialoghi spesso grevi. “Margini” invece ha una sua freschezza, una sua capacità di rendere tutto credibile: tempi e modi scanzonati, spavalderia e coraggio, ma anche la sottile sensazione di oblio che si porta dentro la provincia italiana. Sul solco della tradizione della buona commedia italiana, che parte da “I vitelloni” e arriva alle opere giovanili di Virzì, più che a quelle di Pieraccioni. Edoardo, Iacopo e Michele sono tre amici. Amano la musica. Il loro gruppo punk vive di concerti e serate a basso profilo nella Maremma. Ma ora saranno la band che farà da spalla in apertura a un concerto di un gruppo internazionale a Bologna. Ma la vita riserva sempre amare sorprese: il concerto viene annullato. E così ai tre ragazzi viene un’idea brillante: invitare la band famosa proprio a casa loro. Film italiano in gara alla Settimana della Critica della Mostra del Cinema (premio del pubblico), “Margini” è un coming age che procede per situazioni lineari: il disappunto, la scommessa, la disillusione, portando i tre amici sull’orlo di una crisi esistenziale, perché tra chi getta la spugna troppo presto e chi invece non vorrebbe gettarla mai, finendo in un mare di guai, soprattutto economici, la convivenza inizia a sgretolarsi. Ma d’altronde senza sconfitte o difficoltà non si cresce. Tre giovani sognatori, così diversi tra di loro, ma anche così attratti dagli stessi ideali, percorrono con energia quel tratto del nuovo millennio, dove ancora la possibilità di realizzare i propri sogni era ancora intatta, ma sarebbe svanita presto. Si capisce come quell’epoca fosse un margine a sua volta, come il territorio, come l’età dei protagonisti che avanzava. Niccolò Falsetti dirige il suo primo film con un piglio disinvolto e un po’ politico: talvolta si incaglia su qualche schema di commedie già viste, ma è di gran lunga superiore l’effervescenza che ci mette, grazie anche ai tre ragazzi, tutti bravi e credibili: Francesco Turbanti, Emanuele Linfatti e Matteo Creatini. Il mondo che li circonda trova l’autoironia necessaria, il cuore di quelle esistenze contemporaneamente ruvide e leggiadre vive in un luogo spurio dove ci si sente sempre inferiori, ma che sa essere però più genuino. L’adolescenza sprofonda, dopo niente sarà più come prima. Resterà solo l’attimo fuggente di una canzone di Massimo Ranieri da cantare a squarciagola in macchina: un’abitudine ormai esausta del cinema italiano, ma che qui riesce a essere perfino catartica. Voto: 7.

“Il signore delle formiche” di Gianni Amelio sul caso Braibanti, già oggetto di un documentario di poco tempo fa a firma Carmen Giardina e Massimiliano Palmese, racconta la condanna nel 1968 a 9 anni, poi ridotti a 6 e infine scontati ulteriormente perché partigiano, di Aldo Braibanti, intellettuale, scrittore e drammaturgo piacentino, con l’accusa di plagio, reato raramente, se non mai, portato in tribunale e sparito dopo la riforma del codice penale. Per i giudici, Braibanti soggiogò il giovane Giovanni Sanfratello, che prelevato di forza dalla madre e dal fratello, notoriamente cattolici conservatori, dalla casa romana dove la coppia soggiornava, fu sottoposto a una feroce purificazione mediante elettrochoc. Amelio costruisce un impianto classico, si lascia sedurre dal melodramma (si veda soprattutto l’uso dell’Aida nella scena finale, ma non solo) e compie un didascalico ritratto di un’Italia ancora gravemente ostile nei confronti dell’omosessualità, mettendo in scena un processo-farsa, con un giudizio già legittimato in partenza. Ne esce un film su un’urgenza civile non ancora risolta, specie in Italia, dove l’evidenza del misfatto e la crudeltà sociale appaiono in tutto il loro astio: non si salva nemmeno il ruolo del Pci e dell’Unità sulla vicenda, qui dipinti come analoghi censori di settori più oscurantisti (si veda il giornalista di fantasia di Elio Germano). Da questo punto di vista il film ha una sua innegabile importanza. Quello che funziona meno è il bisogno continuo di Amelio di sottolineare ogni passaggio, di evidenziare spesso un’indole comiziale, di generare dialoghi e spiegazioni quando già le immagini sono in grado di supportale. Insomma nuoce il desiderio da parte del regista, legittimo in quanto anche coinvolto emotivamente, di non lasciare nulla di impreciso, al tempo stesso, però, dimostrando un coraggio limitato nella relazione (un abbraccio forte solo nel finale, nella fantasia, ma nemmeno un bacio casto), dove al ragazzo viene anche cambiato il nome reale. Si apprezza invece la misurata e profonda prova attoriale di Luigi Lo Cascio, mentre il giovane Leonardo Maltese dà quella acerba grazia necessaria. Voto: 6.

Il ritorno di Emanuele Crialese, a distanza di ben 11 anni da “Terraferma”, duole dirlo ma paga un approccio timido al tema principale, una scrittura scricchiolante, una serie di personaggi piuttosto schematici, una confezione approssimativa. Il risultato è un film che non appassiona mai. La storia è quella di una famiglia borghese, con una crisi di coppia in stato avanzato, dove uno dei figli è Adriana, che si sente in realtà maschio e vorrebbe essere chiamato Andrea. Per Crialese la tematica autobiografica forse è ancora troppo ingombrante tanto da lasciare il problema di Adriana ai margini, in modo superficiale, senza mai far esplodere il desiderio d’identità o la rabbia repressa, neanche quando l’occasione lo richiedeva, ma questo è un problema personale che va rispettato; però è come abbandonare a se stesso il personaggio principale. In più non c’è un minimo di ricostruzione storica, a parte le canzoni, e sì che erano anni importanti di grandi cambiamenti (siamo a cavallo tra i ’60 e i ’70); i dialoghi non hanno efficacia se non mero chiacchiericcio e lo stile quando balza nel fantasmatico peggiora la situazione, rendendo vane le poche idee interessanti. Insomma tutto avrebbe meritato maggior coraggio. Non aiutano nemmeno gli interpreti, nonostante la Cruz. "L'immensità" è un po’ un “respiro” venuto male. Voto: 4.

“Don’t worry darling” è un film che lascia piuttosto perplessi, capace di sprecare un materiale abbondante su una realtà ambigua in una incontrollata gestione del racconto e dello stile. Siamo nell’America degli anni ’50. Alice e Jack sono felicemente sposati. Nella comunità di Victory tutto sembra perfetto. Ma è pura superficie. Alice non ci sta a recitare un ruolo codificato e la sua indagine sul “paese delle meraviglie” si dimostra presto un incubo. La commedia sfocia in dramma, sfida l’ambizione di inoltrarsi in ulteriori “Truman show” e molto altro ancora. Tormentato sul set, seconda confusa regia di Olivia Wilde, con Harry Styles e Florence Pugh. Voto: 4.

 

 

Ultimo aggiornamento: 12:14 © RIPRODUZIONE RISERVATA