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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

68 Berlinale, giorno 9.
​Palmarès sconcertante, ​schiavo del #metoo


Ci sono giurie che lasciano spesso qualche piccola stupidaggine sul loro percorso (d’altronde accontentare tutti è impossibile), altre che ne combinano di più grosse, tipo la doppia Palma a Bille August manco fosse Lynch o Scorsese, o quel Leone d’oro da compromesso storico che fu “Monsoon wedding” di Mira Nair (anno 2001, capo giuria Nanni Moretti), ma questa capitanata dal regista tedesco Tom Tykwer ha sbaragliato tutte le precedenti e difficilmente sarà dimenticata: per capirci solitamente la disappovazione al verdetto viene sonorizzata in sala stampa con dei buuuh, stavolta sono prevalse le risate. Ad aggravare la situazione di premiare “Touch me not” della rumena Adina Pintilie, opera spocchiosamente intellettuale e gelidamente estetizzante, apparentemente audace con un esibizionismo sfacciato di corpi, specie se portatori di handicap fisici, senza che il tutto evada da una visione narcisistica, è che questo film (tra l’altro arrivato con una gestione lunga e confusa di rimaneggiamenti continui) ha vinto anche il premio come opera prima, perché persevearare è sempre un bell’esericizio, un doppio riconoscimento come capitò nel 2003 a Venezia all’esordiente russo Andrej Zvyagintsev con “Il ritorno”, di ben altra sostanza.
D’altronde è l’anno del #metoo e Berlino, da sempre attenta a tutti gli stimoli politici di questo genere (non un male benintenso, se non subentra quasi l’obbligo di premiare), non poteva che privilegiare una donna che ha il terrore non solo di avere rapporti sessuali, ma anche di essere soltanto toccata. E non a caso anche il Gran Premio della Giuria è finito in mani femminili, per il modesto “Twarz” della polacca Małgorata Szumowska, che con una metaforona sulla Polonia di oggi che cambia volto (il protagonista ha un trapianto facciale per un incidente sul lavoro) non sa dare al film una scelta precisa tra le tante derive che prende. Insomma un verdetto un po’ ipocrita, che cavalca un’onda giusta nel modo sbagliato. Un palmarès sconcertante, schiavo di circostanze precise.
A questo punto allora potevano premiare anche Laura Bispuri, che di donne nel suo film ne conta ben tre (più la regista), perché “Figlia mia” racconta la storia di due madri (Golino e Rohrwacher) che si contendono una bambina di 10 anni. Il film non lo avrebbe meritato perché, al di là di qualche voce che ha parlato perfino di accoglienze trionfali (va beh il solito coro patriottico…), è di una debolezza evidente, di certo non meno riuscito di quelli premiati. Ma la vera sconfitta non è l’Italia, che aveva un solo film in concorso, bensì la Germania, che gioca come sempre in casa e che aveva come presidente di giuria un tedesco. E che ha presentato, dopo tantissimi anni, una onorevolissima squadra di film, dove almeno tre, per motivi diversi, potevano sicuramente ambire al premio maggiore e il quarto, il più tradizionale sulla vita di Romy Schneider, poteva aspettarsi il riconoscimento per la migliore attrice. Invece ha portato a casa zero di tutto. E davvero meritava altra sorte. Film come “Transit” e “In the aisles”, ma anche “My brother eccetera” che pure ha diviso i pareri, si ponevano all’attenzione con una forza cinematografica (estetica, narrativa, emozionale) decisamente notevole. Curioso come solitamente il presidente di giuria tenti sempre di privilegiare film della sua area geografica (accade sistematicamente e non è certo un’operazione condivisibile), ma stavolta è accaduto esattamente il contrario, in presenza tra l’altro di film applauditi. Perplessità enorme, uno sgarbo al proprio Paese non indifferente.
Più accettabili la regia a Wes Anderson per “Isle of dogs” che dimostra come per questo regista l’animazione sia il terreno ideale per esprimersi, il miglior attore al giovane Anthony Bajon per la figura complesa dell’ex drogato in “La prière” (ma c’era di meglio, comunque), la migliore attrice a Ana Brun per la sua intensa presenza di lesbica nel paraguyano “Las herederas” (film che ha vinto anche il premio Bauer per una nuova prospettiva, anche qui un grande mah: nuova prospettiva, ma di che?), i costumi al russo “Dovlatov”, la sceneggiatura a “Museo”, che avrebbe meritato di più.
Il penultimo anno del direttore Dieter Kosslick si chiude con l’Orso a un film che non riesce nemmeno ad addentrarsi in una visione complessa sulla pornografia, salutato qui come un regalo al tema dominante dell’oggi. Da Berlino si torna con un carico di film complessivamente dignitoso, senza esagerare. Ma anche con la sensazione che ormai i premi siano accessori che rispondono a requisiti poco artistici. Certo che chissenefrega delle Palme, dei Leoni e degli Orsi (e via elencando), tuttavia se una gara c’è, la si vorrebbe incontaminata.

Domenica 25 Febbraio 2018, 08:58
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