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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

68 Berlinale, giorno 8. ​L'umanità infranta
nei corridoi di un ipermercato


IN THE AISLES di Thomas Stuber (Concorso) – Christian ha appena iniziato il lavoro nel reparto bevande di un grande megastore. Vive un’esistenza solitaria, alla sera prende l’autobus e va a casa e resta solo. Siamo in una zona della Germania lontana dai grandi centri e sul lavoro Christian conosce Marion, una donna per la quale nutre subito una sincera attrazione, pur essendo misteriosa. Fa inoltre amicizia con il suo caposquadra Bruno, che lo aiuta a imparare le nuove mansioni. Stuber conferma l’annata decisamente sorprendente dei film tedeschi in Concorso. Qui gira praticamente tutto il film dentro interi corridoi di scaffali di birra, banconi di surgelati, macchinari da guidare come auto; e mostra una vena malinconica, gravida di carità e compassione per questi personaggi relegati nel buio (la notte domina) da una società distante, accendendo in un’atmosfera di inconsolabile tristezza, momenti di paradossale comicità. Il disagio è la forza magnetica del film, anche quando sembra eccedere il tentativo di descrivere un modo sfortunato. Ma lo sguardo di Stuber è sempre saldamente asciutto, anche quando la tragedia irrompe, nel lato meno atteso. Bellissimo e poetico il finale. Molto bravo (come lo era stato anche in “Transit”, visto qualche giorno fa), l’attore Franz Rogowski, che ha il volto scarno e desolato, intimorito dal mondo. Voto: 8.
MUG di Małgorata Szumowska (Concorso)
-  In una zona rurale della Polonia si vuole costruire una statua al Cristo Redentore come quella presente a Rio de Jaineiro. Ma durante la lavorazione, l’operaio Jacek, che sogna da tempo di fuggire a Londra da quell’angolo di mondo, subisce un grande incidente, costringendo i medici a un trapianto di faccia e a costruirsi una nuova vita, rinunciando per sempre ai propri sogni e alla propria ragazza. Szumowska disegna una metaforona sulla Polonia (che cambia volto, dopo l’addio sovietico), mostrando un paese dominato dall’ipocrisia cattolica e sferzato da un’umanità greve e trash. Ma nelle varie derive che il film prende (commedia grottesca, dramma esistenziale, problemi di identità, desiderio di fuga), non sa scegliere sul serio da che parte andare, lasciando il racconto senza un centro di gravità. Procede per accumulo di situazioni, ma non ne indaga alcuna. Voto: 5.
HUMAN, SPACE, TIME AND HUMAN di Kim Ki-Duk (Panorama)
– Una nave da guerra, ora adibita al trasporto turistico, salpa. A bordo tra i passeggeri, un uomo politico col proprio figlio e una gang di teppisti, il cui capo si offre da protettore al politico. Poco dopo la nave si ritrova in mezzo al cielo e non al mare. Le cose peggiorano quando in una lotta serrata per il potere, l’imbarcazione volante si trasforma in un campo da battaglia. La ciciclità del tempo ritorna dopo “Primavera, estate…”, come anche ormai il totale pessimismo del regista coreano nei confronti dell’umanità (si veda il finale). Tra scene sempre più incontrollate di sadismo e cannibalismo, Kim Ki-duk descrive un horror surreale, dove affiora solo ogni tanto la sua carica eversiva di un tempo che si affida a simbolismi semplici, e questa ipotetica arca di Noè al contrario diventa una nuova Terra in cui tutto ritorna. Soprattutto il Male. Voto: 5.5  

Sabato 24 Febbraio 2018, 09:15
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