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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

68 Berlinale, giorno 4. La strage di Utøya
​diventa un thriller teorico sulla paura

LA CAMA di Mónica Lairama (Forum) – Una coppia anziana sul letto: lui non riesce ad avere un orgasmo. I due si alzano, fanno la doccia, accattastano mobili e oggetti, forse devono traslocare, fanno da mangiare. Infine tornano a letto e stavolta finisce meglio. Poco dopo la casa è spoglia, non è rimasto nulla. La regista argentina firma un film scostante, nella sua ossessione di autorialità, dove tutto sembra naturale e quasi documentaristico e in realtà è tutto funzionale a un cinema cerebrale, studiatissimo e calcolato per stupire e infastidire, come i due corpi ormai aggrediti dall’età, sempre nudi per la casa, metafora di ogni spogliazione, non solo fisica. Voto: 4.
FOTBAL INFINIT di Corneliu Porumboiu (Forum)
– Porumboiu incontra Laurentiu Ginghina, ex calciatore costretto al ritiro dopo la rottura del perone durante una partita nell’inverno del 1987 e oggi burocrate statale che ha un grande desiderio: modificare alcune regole del gioco del calcio. Il più ironico e sarcastico regista dell’attuale notevole cinema rumeno si limita ad ascoltare in scena le azzardate teorie sul rinnovo delle regole, tra momenti surreali ed esilaranti. Un documentario che non sta solo al calcio, ma riesce a raccontare anche situazioni sociali. Probabilmente più scritto che spontaneo, ma ugualmente spassoso. Voto: 7.

UTØYA 22. JULI di Erik Poppe (Concorso)
– Il 22 luglio 2011 un autobomba esplose nel centro di Oslo: nell’attentato morirono 8 persone. Un paio di ore dopo un uomo con la divisa da poliziotto arrivò sull’isola di Utøya sparando all’impazzata contro i giovani riuniti in un campus del Partito Laburista, causando il decesso di 69 persone. Responsabile fu un 32enne norvegese, aderente all’estrema destra, condannato successivamente a 21 anni di carcere, pena massima per la Norvegia. Poppe radicalizza lo scenario tragico dell’assalto all’isola in un (apparente) piano-sequenza che diegeticamente ha la stessa durata reale di allora, in modo da “imprigionare” la spettatore in una situazione, almeno temporale, simile. Priva della faccenda, tranne un richiamo iniziale e le consuete scritte finali, di ogni riferimento politico e sociale (il nazista, oltre all’incapacità delle forze dell’ordine di prevenire la tragedia) e in questo scarto si pone su una prospettiva etica che molti contestano. In realtà al regista interessa probabilmente girare soprattutto un thriller teorico sulla paura, quindi un film di genere, lasciando quasi tutta la visibilità drammatica dell’accaduto (spari, corpi eccetera) fuori campo (l’assalitore si intravvede soltanto in due fugaci momenti). Eleva infine a simbolo una ragazza presente al campus, che fugge per quei drammatici 72’ ovunque, in cerca della sorella, in un finale che registra anche la beffa del destino. In questa chiave, il film ha una coerenza, lucidità e resa stupefacente. Certo non è Elephant, ma d’altronde Van Sant aveva messo la parola fine su faccende simili già anni fa. Voto: 7.
3 DAYS IN QUIBERON di Emily Atef (Concorso)
– Nella cittadina bretone Romy Schneider attende l’arrivo di un giornalista per un’intervista. Si tratta di Michael Jürgs di “Stern” e non sarà una chiacchierata come un’altra, assieme al fotografo Robert Lebeck e l’amica di Romy, Hilde Fritsch. In un bianco e nero, che rivela un inutile intento autoriale, la regista berlinese riesce a cogliere tutto il malinconico spaeasamento di una star “infelice”, sfiorando anche il cinismo del mondo giornalistico. Ma il film si abbandona troppo spesso all’effetto commozione, grazie alla notevole prova attoriale di Marie Bäumer (probabile premio,  per molti fattori, compresa una somiglianza a volte sbaloridtiva), tergiversando su dettagli e lungaggini, che sfiorano la noia. Voto: 6.

 

Martedì 20 Febbraio 2018, 00:08
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